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Un romanzo italiano racconta la relazione tossica tra due donne, ma non come uscirne

È difficile, quasi impossibile, spiegare a sé stessi e agli altri perché ci siamo piegati, rimpiccioliti, fatti del male in quel modo una volta riusciti ad emergere da una relazione tossica.

Un po’ si vuole chiudere un capitolo doloroso della propria esistenza e non guardarsi più indietro. Un po’ si vogliono evitare le domande invadenti degli altri: come mai non l’hai lasciato prima? Come mai è durata così tanto? Come mai non ti sei accorta prima dei campanelli d’allarme? Come mai? Un po’, in fondo in fondo, non si vogliono aprire discussioni più ampie con sé stessi su chi siamo, se ci vogliamo bene, e perché.

La protagonista del nuovo libro di Viola Di Grado, Fame blu, uscito per La nave di Teseo, si trova a Shanghai proprio per evitare di farsi queste domande su sé stessa. Sconvolta dalla morte del fratello gemello, Ruben, a cui aveva sempre dato molte più attenzioni che a sé stessa, scappa da Roma per la Cina lasciando indietro non solo il fidanzato, gli amici e il resto della famiglia, ma anche la propria identità.

La scusa è quella di accettare un lavoro che non sembra appassionarla moltissimo – l’insegnante di italiano, più che altro per quegli studenti che non sono abbastanza bravi da poter frequentare i corsi di lingue che volevano davvero – e di dare un coronamento simbolico al principale sogno nel cassetto del fratello, che sognava un giorno di lavorare come chef in Cina. La realtà è che, messa di fronte alla scomparsa della sua metà preferita, improvvisamente non sa cosa fare di sé stessa. E una megalopoli tentacolare, completamente sconosciuta, dall’altra parte del mondo è il posto perfetto per perdersi.

Sono questo smarrimento, questa solitudine, questa sensazione di abbandono di sé ad attrarre l’attenzione di Xu, una delle sue studentesse. Bellissima, determinata, apparentemente in controllo della situazione, Xu coinvolge la protagonista – di cui non conosciamo mai il nome – in una relazione imperniata su una fondamentale disparità di potere, senza possibilità di negoziazioni.

Comincia così, quasi per caso, una passione consumante, prima elettrizzante, poi sempre più dolorosa, che la protagonista a volte chiama amore, a volte no. C’è un’introspezione e una consapevolezza maestrale dei pensieri corrosivi che travolgono, come a ondate, la mente di chi si innamora di qualcuno che, nemmeno tanto in fondo, sanno essere tossico per loro. Viola Di Grado ci guida attraverso dei gironi infernali sempre più asfissianti, in cui ogni ribellione sembra inutile. Perché, in fondo, come dice Xu, “tu volevi che ti facessi del male. Volevi punirti”.

C’è il sesso – tanto – animale e violento, che qualcuno potrebbe definire sadomaso se non si trovasse all’estremo opposto delle regole di rispetto reciproco e consenso costante che la comunità BDSM si impone. Ci sono le droghe, conseguenza naturale di un rapporto in cui la protagonista spera di dimenticare chi è, cosa vuole, cosa la fa soffrire. Ci sono dei personaggi estremamente umani, complessi, per cui è impossibile parteggiare appieno, ma che è anche impossibile incolpare o assolvere in pieno. C’è, insomma, una storia tossica come ce ne sono tantissime, là fuori: con le sue luci e le sue ombre, i fantasmi interiori che si spera di esorcizzare, i (pochi) momenti gloriosi, le (tante) ferite. Le cose spaventose e scomode che si scoprono, proprio malgrado, su sé stessi.

Il talento di Viola Di Grado è quello di mantenere i riflettori costantemente puntati sui meccanismi psicologici che guidano anche le decisioni che dall’esterno sembrano più folli – come un’amica che ci è passata e ne è uscita, che è andata in terapia e ha capito qualcosa di scomodo su di sé e vuole regalarti le consapevolezze che si è guadagnata. In modo da creare un bagaglio di strumenti emotivi condiviso, da cui attingere la prossima volta.

Il libro.

Foto da Unsplash

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