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Una giornata su Mastodon: in che modo non è Twitter

Con i toot (cioè messaggi) da 500 caratteri e i reblog (cioè i retweet) sembra di stare su Twitter ma a ben vedere il paragone con Mastodon non regge.

Se ne parliamo è perché l’acquisizione del social di Jack Dorsey da parte di Elon Musk ha fatto ponderare a migliaia di utenti un salto su quest’altra piattaforma, decentralizzata e non-commerciale. E in effetti un buon numero di loro ha deciso di iscriversi al ‘social etico’. Secondo i dati del canale di hacktivisti @Devol, Mastodon ha aggiunto in due giorni almeno 200 mila nuovi utenti, di cui appena qualche migliaio in Italia. Ma i fanatici di Twitter sopravvivranno a una piazza digitale più tranquilla, più attenta ma a quanto pare pure più noiosa? Per provare a capirlo ci siamo iscritti anche noi.

Da Mastodon.

Se i transfughi di Twitter sono spaventati dall’idea che il nuovo proprietario metta mano all’alto standard di moderazione dei contenuti a cui sono abituati, Mastodon promette un dibattito sano (almeno sulla carta), anche perché la community è composta da utenti che condividono precise norme di comportamento.

 
Uno screenshot di Mastodon.uno, l’istanza italiana più frequentata sul social network, nato nel 2016 per mano di Eugen Rochko

Praticamente #Mastodon è l’antiTwitter, l’antiElonMusk, ci sono le vecchie stelline per i nostalgici di Twitter e c’è persino il tasto MODIFICA.

Tra un po’ ognuno si farà il social suo e chatterà con se stesso.

— Crisalide Malva (@crisalidemalva) April 26, 2022

Il modello open-source e decentralizzato offerto da Mastodon punta a dare il controllo della piattaforma agli utenti e non a proprietà che ne gestiscono ogni aspetto. Non c’è pubblicità e non ci sono algoritmi pensati per dare dipendenza. Non si vendono dati personali. Per questo il social dell’elefantino rappresenta idealmente il Santo Graal per chi crede nella rivoluzione promossa dal Web3.0.

 

Ma ci sono ben altri limiti per il social fondato nel 2016 dall’ingegnere tedesco Eugen Rochko.

Tornando al paragone con Twitter, è troppo affibbiare il ruolo di anti-Twitter a una piattaforma che conta appena poco più di 4 milioni di utenti (e circa 35 mila utilizzatori mensili in Italia). La differenza è tecnica.

Mastodon non si configura come un social network di massa. A differenza di Twitter, per capirsi, i messaggi e le interazioni non avvengono su un unico server controllato dall’azienda. Mastodon si presenta, invece, come un insieme di stanze, anzi ‘istanze’, come vengono chiamate. Si compone di tanti mini social network: bisogna scegliere su quale stare. Alcuni sono meno popolati e ognuno ha una vita propria delineata dall’attività degli iscritti, dai loro interessi e dalle loro regole. Non sono i gruppi di Facebook, perché starci dentro è totalizzante.

È una federazione suddivisa in tanti piccoli stati o forum. Sono circa tremila le istanze al momento disponibili, con Mastodon.uno che grazie agli attuali 16 mila iscritti è la più gettonata tra quelle in lingua italiana e si focalizza su tematiche ambientali e free software. Questo implica scegliere dove si vuole vivere. E così su Mastodon quando si opta per una istanza (senza peraltro molta chiarezza in fase di iscrizione) ci si lega in maniera stretta e duratura, seguendo i comandamenti stilati dagli admin (che, ripetiamo, non sono Zuckerberg, Musk o i loro fidati scudieri, bensì utenti comuni che hanno scelto di aprire quell’istanza).

Il rovescio della medaglia di tante istanze tematiche che comunicano tra loro per formare una rete più ampia è che il sistema tende a favorire i gruppi generalisti, che rappresentano un punto di partenza migliore per scoprire come funziona e quali sono le dinamiche che regolano le istanze. Di certo, però, la suddivisione e i diversi indirizzi delle varie istanze non facilitano la diffusione dei contatti, rendendo più lungo e difficoltoso rispetto a Twitter la formazione della propria rete di amicizie e seguaci (per maggiori dettagli qui alla voce ‘Cosa sono le istanze di Mastodon’ viene spiegato cosa si deve fare per inviare un messaggio a un utente attivo su una istanza diversa dalla propria).

La mancata intuibilità del sistema determina all’inizio una sensazione di disorientamento, con l’effetto curiosità che viene gradualmente sopraffatto dalla confusione tra ricerche di account amici e tentativi di connessione non sempre a bersaglio. Alla fine il bottino è misero, con una sola, breve, chiacchierata con un vecchio amico virtuale.

Al di là della nostra esperienza deludente, però, è probabile che occorra solo un po’ di pratica per abituarsi a un meccanismo differente da Twitter, anche se sono proprio le dinamiche un po’ farraginose a tracciare i tratti di un social network destinato a restare un’ancora di salvezza per chi tiene alle buone maniere, perché regole e moderazione promettono un ambiente lontano dalla tossicità di Twitter. Rispetto agli altri social media, Mastodon ha norme chiare, stabilite da chi crea le varie istanze ma comunque condivise per sommi capi circa la tipologia di linguaggio consentito e contenuti inappropriati.

— Fra’ Cazzo da Velletri (@fracazzo_) April 26, 2022


Un altro tratto distintivo di Mastodon è la rinuncia agli introiti garantiti dagli inserzionisti, per scommettere sulle donazioni degli utenti. Una inversione di tendenza (ma pure un azzardo) in un panorama di social gratuiti che hanno abituato gli utenti a utilizzare uno strumento digitale in cambio dei propri dati personali.

Al di là del personale apprezzamento per il tentativo, appare difficile immaginare che le regalie degli utenti possano fornire a Mastodon i fondi necessari per proseguire lo sviluppo di nuove funzionalità e mirare al successo su scala globale. Perché non siamo davanti a una risorsa come Wikipedia, che in virtù di quanto propone può permettersi di affidarsi alle offerte di privati cittadini. Per questo, Mastodon è senza dubbio uno spazio pulito ed etico, ma anche destinato a restare terra di conquista per una nicchia di appassionati.

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