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Un Draghi formato Kissinger per fermare la guerra di Putin

Quel che ha fatto Putin è inaccettabile ma non scompare mettendo la firma congiunta della Ue sotto un documento di condanna. Magari sarebbe necessario, su entrambe le sponde dell’Atlantico, recuperare alcuni elementi della dottrina Kissinger, quella che ha portato alla diplomazia del Ping-pong con la Cina prima e alla dissoluzione dell’Urss poi

Ci sono due colonne d’Ercole da non superare, due impossibilità di cui tener conto nella guerra di Putin contro l’Ucraina. La prima, chiamiamola “Impossibilità 1”, è impedire la Terza guerra mondiale. La seconda, “Impossibilità 2”, è cedere alle prepotenze del più forte, di chi calpesta il diritto internazionale, e usa le armi per far valere i propri interessi. Nel sentiero segnato da queste due impossibilità sta lo spazio per la diplomazia, l’impegno per il negoziato che riporti la pace. Ma un negoziato, per definizione, è un accordo  dove ciascuno rinuncia a qualcosa per ottenere almeno in parte il riconoscimento delle proprie ragioni. Insomma è una cosa che deve andare bene, deve essere accettata e riconosciuta da ambedue le parti in gioco.

Dopo oltre un mese di guerra, di bombardamenti e atrocità crescenti, di negoziato tra Mosca e Kiev e ancor più tra Mosca e il resto del mondo occidentale, di colloqui che abbiano come obiettivo la pace, non c’è traccia.  C’è al contrario un crescendo di conflittualità tra sanzioni e crepitìo dei mitra, tra l’ululato delle sirene e i missili che colpiscono tutto quello che possono. È un vortice che tutto assorbe e risucchia e nel quale finiscono avviluppati le spie espulse, il carbone vietato, la Norimberga reclamata, l’Onu depotenziato e criticato fino a chiederne lo scioglimento. Anche l’Europa, ancora una volta vaso di coccio tra i vasi di ferro dei player geo-politici mondiali,  appare dilaniata tra richiami agli ideali democratici da difendere e ragioni di interesse economico da blindare: vedasi le tiepidezze di Germania e anche Italia sullo stop all’importazione del gas russo.

Forse il vero focolaio di incertezza risiede nella confusione che aleggia intorno al conflitto stesso. E soprattutto alle ragioni che sostengono le mosse della Ue. Qual è, infatti, l’obiettivo finale di Bruxelles? Punire la Russia per quel che ha fatto, impartire una lezione esemplare al tiranno Putin affinché nessuno abbia più voglia di imitarlo, sradicare quel che un presidente Usa definì “l’impero del Male”? Se è così, non c’è altra strada che la sconfitta militare, la resa stavolta sul campo, dell’Armata rossa e di chi l’ha sguinzagliata, reparti speciali volti a “denazificare” compresi. E’ una strada che porta inevitabilmente al sostegno armato sempre più forte a favore di Zelensky e che inoltre non può lasciare alla sola, eroica, Ucraina la difesa dei principi democratici. Presuppone cioè un coinvolgimento crescente di Stati e un allargamento del conflitto. Con l’accuratezza di fermarsi un metro prima dell’Impossibilità 1, della guerra mondiale e totalizzante. Sempre che ci si riesca.

Se il fine dell’impegno Ue non è la punizione di Putin, cosa deve prendere il posto? Forse rispetto dell’integrità delle singole Nazioni; il riconoscimento del dialogo nelle sedi internazionali quale unico strumento per regolare le divaricazioni tra Stati; il vincolo rappresentato dal rispetto di alcuni fondamentali diritti umani. Forse, appunto. Perché molti di essi appaiono e scompaiono carsicamente nel dibattito internazionale. E spesso vengono piegati alle ragioni delle singole capitali, di qua e di là della nuova cortina di ferro.

Quel che ha fatto Putin è inaccettabile ma non scompare mettendo la firma congiunta della Ue sotto un documento di condanna. Magari sarebbe necessario, su entrambe le sponde dell’Atlantico, recuperare alcuni elementi della dottrina Kissinger, la più vincente per l’Occidente come avverte Claudio Petruccioli, quella che ha portato alla diplomazia del Ping-pong con la Cina prima e alla dissoluzione dell’Urss poi. Quella che presuppone il dialogo con l’Avversaro che è Nemico e poi diventa Interlocutore obbligato. Chissà cioè se, come suggerisce il professor Dino Cofrancesco, non sia necessario rialzare il vessillo della realpolitik, frettolosamente sotterrato ma poi strumentalmente e sotterraneamente usato  per difendere gli interessi nazionali di alcuni, da Berlino in qua.

È un suggerimento che può tornare utile anche a Maro Draghi, che senz’altro la dottrina Kissinger conosce e apprezza. Forse gli può servire provare a indossare i panni dell’ex segretario di Stato statunitense e impostare su quella base l’azione diplomatica italiana e anche i rapporti con le forze politiche che sostengono il suo governo. Perché se, come tutto lascia credere, la guerra proseguirà per settimane o addirittura mesi, tenere unita la maggioranza unicamente sul fronte bellico e di intransigenza di stampo occidentalista, può risultare assai complicato. E strappi in una fase così delicata non sono né auspicabili né possibili. Un Draghi formato Kissinger potrebbe diventare la migliore scelta, la formula vincente per l’Europa.

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