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Turismo, si punti sul recupero di edifici dismessi più che su nuove colate di cemento

“Mancano gli alberghi adatti a un pubblico internazionale. Un tempo l’Excelsior era tra i grandi alberghi d’Europa, veniva citato con il Ritz di Parigi, ora non è più quello di una volta, e come lui ce ne sono altri che si sono molto indeboliti. Quando gli americani vengono a Napoli hanno sempre difficoltà a trovare un hotel di una certa caratura”.

E’ di questi giorni il grido d’allarme di Sylvain Bellenger, direttore generale del Museo e del Real Bosco di Capodimonte (tanto entusiasta da aver annunciato che porterà nel 2023 al Louvre il suo museo), per l’afflusso straordinario, a due anni dalla pandemia, dei turisti nel capoluogo campano per uno dei siti più visitati. Non disponiamo ancora dei dati ufficiali della “ripresina” del Turismo nelle città d’arte, per il lungo ponte da Pasqua al 25 aprile, e già molti si sono affrettati a demonizzare la tendenza in positivo dopo la capitolazione del settore.

Ora: nessuno più di me tiene alla tutela dei centri storici, alla preservazione della Bellezza e alla Memoria dei Luoghi nella sua integrità, ma esecrare per principio il ritorno, purché non fugace e deleterio per il decoro urbano, di turisti è da sconsiderati. Svago e Cultura con ritorni economici non sono antinomici, possono anche coincidere o perlomeno coesistere. Non può che preoccupare invece l’imbarbarimento del dibattito cui assisto da oltre trent’anni sulla tutela delle città d’arte, irto di demagogia con incentivazione quasi al degrado e alla ineluttabile decadenza. Perché “salvifico e democratico” appare il turismo “mordi il panino, lasci la carta per terra, e fuggi”, mentre è deleterio ed offensivo il sostare in hotel, specie se di alta gamma…

Per fortuna riguardo il pernottamento – quando si trova però una camera – secondo quanto sostiene Alessandro Onorato, Assessore allo Sport e Turismo, “la Capitale torna finalmente a fare il tutto esaurito”. Secondo Federalberghi Roma, sono stati presenti nelle strutture ricettive oltre 235.000 turisti e si auspica che l’afflusso continui. Ovviamente, sia come ricorda Bellenger sia come richiama quotidianamente per Firenze Patrizia Asproni, Presidente del Museo Marino Marini, maggiore attenzione dev’essere dedicata al decoro urbano. Strali violenti invece verso chi vorrebbe trattenere il turista, ahimè magari abbiente, più giorni a pernottare in strutture recuperate da edifici in disuso da anni, quali ex carceri, ex scuole, ex Monasteri. Occorre anche considerare che questa tipologia di edifici, per il layout distributivo e la ripetitività di moduli, ben si presta – senza alterazioni o irreversibili manomissioni – alla destinazione alberghiera. Il dramma viceversa è che in Italia mancano proprio investitori autoctoni, altro che lamentarsi di rifunzionalizzazioni, salvo poi lamentarsi che i cinesi, i qatarioti, gli americani, i tedeschi acquistino parti consistenti del nostro patrimonio, anche antico.

Mancano strutture ricettive per ogni target, quindi siano rassicurati i demagoghi, più o meno in tutte le città e luoghi d’arte. Come lamenta anche Filippo Maria Stirati, sindaco di Gubbio, città anelata ancor più dagli stranieri che dai nostri compatrioti. Anche qui c’è una grave carenza di hotel nel centro, in presenza viceversa di edifici storici abbandonati che possono essere facilmente recuperati per uso ricettivo. Sostiene il sindaco che c’è più domanda che offerta ed è incredibile che in Italia, in affanno economico e in declino, non si pensi ad investire in un settore trainante come il turismo culturale. Anche nella città medievale, nota a livello popolare per la Corsa dei Ceri, per l’Albero di Natale più grande del mondo, per il Lupo di San Francesco nella Cripta dell’omonima chiesa e recentemente per la nota fiction di Don Matteo, c’è stata un’incredibile crescita di turismo, obbligato a rimanere di passaggio, a meno di non ricorrere ai vari casali, B&B ed agriturismi nei dintorni.

Inutile chiedere, per salvaguardare il nostro patrimonio architettonico fatiscente, fondi allo Stato, fondi che non arrivano neanche per importanti edifici simbolo. Assurdo allarmarsi se per caso dei privati intervengono, poiché per alcuni è solo cosa buona e giusta che sia il pubblico che finanzi e ne fruisca. Evidentemente i talebani della cultura, teorici della conservazione fine a se stessa, non hanno mai visto come lo Stato fruisce di immobili storici quali, solo per fare un esempio, i Tribunali – come evidenziato da un articolo sulla prestigiosa rivista “Il Giornale dell’Arte” mediante una mia intervista.

Occorrerebbe investire ed incentivare, ribadisco, di più nella programmazione di nuove strutture ricettive, non con nuove colate di cemento ma con il recupero attento di edifici dismessi nelle loro funzioni originali. Il Demanio dello Stato, ad esempio, vanta un patrimonio consistente di immobili pregevoli in luoghi straordinari, anche al di fuori dei circuiti turistici consueti, ma come confidatomi da diversi direttori le Aste vanno quasi sempre deserte. Uno dei motivi che spaventano gli investitori sono le lungaggini burocratiche, non tanto quelle della Soprintendenza, che a fronte di un rigoroso progetto sono collaborative tranne rare eccezioni di funzionari che scrivono e prescrivono senza conoscere l’immobile, ma di altri Enti anche locali, e della tassazione eccessiva.

La loro riconversione, che va agevolata e non stigmatizzata, comporterebbe diversi vantaggi quali diluizione delle presenze, vantaggi a tutta una lunghissima filiera, dal mondo delle costruzioni, dell’artigianato, del commercio e dell’industria, con ricadute eccezionali a livello occupazionale, e minor danno ambientale. Si calcola che circa il 60% del patrimonio storico pubblico e privato sia fatiscente ma si pensa a costruire nuovi stadi, nuove sedi regionali. A Torino la vicenda del grattacielo della Regione è senza fine e senza fondo e “le incompiute”, come nuove opere, raggiungono ormai la soglia delle 1100, il che significa uno spreco di denaro pubblico che potrebbe viceversa essere investito nel recupero del patrimonio esistente, tenuto conto che per il 2022 e 2023 sono stati stanziati solamente 70 milioni di euro per il restauro di edifici esistenti.

La disparità dei fondi della Cultura appare ancora più evidente quando si tratta di finanziare grandi Eventi o Mostre, come la Biennale, quest’anno modesta se non fosse per il contributo generoso sia sul piano artistico che economico della Moda, con i grandi brand quali Bottega Veneta, Valentino, Louis Vuitton, Dior, gli stessi che vengono fatti oggetto di strali assurdi quando sfilano, sponsorizzandoli, in Musei o Dimore storiche.

In conclusione Turismo, Arte e Cultura, e aggiungo io anche Moda, possono ridare speranza alla nostra economia se visti come fattore di crescita e anche di immagine in funzione della conservazione della Bellezza.

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