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Toghe, il concorso è un flop: nel 95% dei casi strafalcioni di diritto e italiano

Una vera e propria débâcle, un flop sconcertante. Il concorso per l’accesso in magistratura miete migliaia di vittime, su tutti italiano e diritto. Perché su 3.797 candidati che si sono presentati alla prova scritta soltanto in 220 sono stati ammessi all’orale, ovvero il 5,7 per cento del totale. Gli altri, secondo quanto riferito dalla commissione esaminatrice, avrebbe commesso strafalcioni di diritto e di italiano.

Il risultato è che dei 310 posti banditi con il concorso per l’accesso in magistratura del 2019 almeno 90 posti rimarranno certamente scoperti. Ed è la migliore delle ipotesi, in un panorama che già soffre per la scopertura dei posti in pianta organica: su 10.433 magistrati sulla carta, infatti, sono 1.431 i posti vacanti. A questi vanno aggiunte le 225 toghe fuori ruolo e i numerosi incarichi extra giudiziari, 768 in un anno. Un vero e proprio dramma a fronte degli impegni presi dall’Italia con l’Europa: ridurre i tempi dei processi, del 40% nel civile e del 25% nel penale. Ma stando anche all’ultimo rapporto della Commissione europea, l’Italia è fanalino di coda per numero di magistrati, a fronte di un allungamento dei tempi di risoluzione dei processi che mette in crisi i piani del nostro Paese.

La mancata copertura dei posti al concorso è dunque un problema che «deve essere affrontato», come ha più volte sottolineato la ministra della Giustizia Marta Cartabia. Per ora, quel che è certo, è che via Arenula esclude categoricamente una proroga dell’età pensionabile per evitare un aumento delle scoperture. Ma intanto il ministero ha bandito un nuovo maxi-concorso per 500 posti, le cui prove scritte sono previste dal 13 al 15 luglio. Il precedente concorso era finito nell’occhio del ciclone a seguito di una serie di ricorsi da parte di alcuni candidati, che avevano sollevato dubbi anche sulla serietà della commissione. I bocciati, infatti, lamentavano la presenza di segni di riconoscimento sui compiti di alcuni dei promossi, rivolgendosi al Tar per ottenerne l’annullamento. In quel contesto, la Terza Commissione del Csm aprì una pratica, dalla quale emerse la sostanziale regolarità del concorso, nonostante alcune stranezze.

Successivamente, la stessa Commissione decise di modificare le regole di selezione degli esaminatori, scelta, generalmente, con il metodo del sorteggio, ma sulla base di alcuni parametri molto restrittivi, che di fatto limitavano la platea di sorteggiabili a pochi eletti. Lo scorso anno, invece, si decise di estendere il bacino di utenza di questo sorteggio, affidando la scelta del presidente della commissione d’esame ad un bando e non sulla base della proposta del presidente della Terza Commissione, come da prassi. Tale scelta creò però più di un malumore in plenum.

Secondo il togato Carmelo Celentano, infatti, «la commissione di concorso non è un fine ma un mezzo rispetto alla quale il ragionamento secondo cui un qualunque magistrato in grado di irrogare una sanzione penale sia automaticamente in grado anche di fare bene il lavoro di selezionatore di nuovi magistrati non è un’equazione spendibile». Cosa che, a dire dei membri della Terza Commissione, palesava una sorta di sfiducia nei confronti della stessa magistratura.

Il laico della Lega Stefano Cavanna ricordò in quella sede «che il concorso per l’accesso in magistratura è da sempre oggetto di critiche e che in questo Consiglio vi è stata l’apertura di pratiche addirittura relative al concorso del 1992». E pur non volendo sostenere che il concorso del 1992 o quelli successivi siano stati irregolari, «se l’idea della cittadinanza o di una sua parte è questa», definì «doveroso eliminare i dubbi su questi profili e il sorteggio consente di farlo». Tale metodo, aggiunse, presuppone inoltre «un grande credito della magistratura, che è ben in grado in maniera diffusa di effettuare valutazioni in sede concorsuale finalizzate a individuare i nuovi magistrati».

Il consigliere di Area Giuseppe Cascini sottolineò come «il tema dell’assegnazione dell’incarico di componente della commissione di concorso è storicamente un terreno sul quale le correnti hanno dato il peggio di sé ed è quindi da salutare con favore la scelta di un criterio basato sul sorteggio». L’ultimo concorso, dunque, ha avuto come “giudici” i commissari sorteggiati con il nuovo metodo. E il risultato, si lascia scappare qualcuno a Palazzo dei Marescialli, è proprio questo: una Caporetto, complice anche una scuola non più capace di assolvere il proprio compito.

Luca Poniz, ex presidente dell’Anm e tra i 30 membri della commissione d’esame dell’ultimo concorso, ha riferito all’Ansa di «un livello non adeguato» dei concorrenti, pur nella consapevolezza dell’«urgenza» di reclutare nuovi magistrati. La commissione si è dunque trovata davanti «una grande povertà argomentativa e povertà linguistica, molto spesso temi che ricalcano schemi preconfezionati, senza una grande capacità di ragionamento, una scarsa originalità, poca consequenzialità e in alcuni casi errori marchiani di concetto, di diritto, di grammatica. Trovare candidati del concorso in magistratura che non sanno andare a capo è un problema molto serio, io Io l’ho imparato in terza elementare».

Secondo Poniz a causare tale situazione sarebbero più fattori, a partire dal «collasso dell’attitudine formativa della scuola». E inciderebbe anche «la proliferazione» di Atenei, che tendono a promuovere tutti «perchè le Università si alimentano attraverso i risultati positivi. Credo che tutto questo non abbia portato un grande risultato alla qualità media dei laureati». Occorre ragionare anche sui corsi di preparazione in magistratura «bisogna vedere se formano davvero, se preparano a un metodo». Ma porsi questi problemi «è compito dei ministri dell’Istruzione e della Giustizia».

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