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Tim Cook chiama Nancy Pelosi per fare lobbying contro la nuova legge antitrust

Un nuovo rapporto del New York Times afferma che il CEO di Apple, Tim Cook, ha contattato personalmente Nancy Pelosi, speaker della Camera dei rappresentanti USA, e altri membri del Congresso, per esprimere preoccupazione sulla legislazione antitrust che dovrebbe essere votata presto negli Stati Uniti.

Si tratta di un insieme di norme che, per il governo, mirano a ridurre il potere monopolista dei big digitali, mentre a sentire le aziende alla base vi sarebbe solo la volontà di bloccare la loro crescita.

In via di approvazione

La legge, proposta a inizio giugno, dovrà prima incassare il parere positivo della Camera e poi quello del Senato. Secondo il rapporto, Cook ha chiamato il presidente Pelosi nei giorni successivi alla diffusione della proposta, facendo notare il rischio che una norma del genere freni non solo l’innovazione americana ma globale. Del resto, i principali colossi tecnologici sono made in Usa.

Pelosi ha tranquillizzato il CEO di Apple, ricordando che l’iter non sarà ritardato seppure ci sia ancora del tempo perché i diretti interessati, come la Mela, possano portare avanti le loro obiezioni al Congresso.

Cosa dice la legge antitrust

I democratici hanno presentato cinque nuovi progetti di legge volti a ridurre il potere delle grandi aziende tecnologiche, prendendo di mira una serie di pratiche che, secondo i sostenitori dell’antitrust, stanno soffocando la concorrenza. Queste misure sono il risultato di un’indagine della Commissione Giustizia della Camera, lunga 16 mesi, sulle tattiche commerciali di aziende come Apple, Amazon, Facebook e Google. Secondo gli analisti, la mossa potrebbe rimodellare l’industria tecnologica così come la conosciamo.

I 5 disegni di legge

Il primo disegno di legge autorizzerebbe il Dipartimento di Giustizia o la Federal Trade Commission a smantellare le aziende tecnologiche costringendole a vendere parti della loro attività, in caso di possibile conflitto di interessi. Questo porterebbe compagnie come Amazon a tagliare l’offerta di prodotti marchiati con il proprio logo, conosciuti come gli Amazon Basics.

Il secondo impedirebbe alle aziende di dare la preferenza ai propri servizi rispetto ai rivali, come Google che mette in risalto le sue piattaforme nei risultati di ricerca, mostrandole prima di quelle dei concorrenti. Ma un impatto significativo vi sarebbe anche sull’App Store e sulla capacità di Apple di preinstallare le applicazioni proprietarie sugli iPhone.

Un terzo disegno vorrebbe bloccare l’acquisizione da parte dei big, come Facebook, di servizi concorrenti ancora poco conosciuti. Il riferimento è all’ingresso di Instagram nel gruppo di Zuckerberg nel 2012. Questo è uno dei punti maggiormente dibattuti e quello che punta più di altri su fatti concreti. Negli ultimi anni, più di una volta i colossi digitali hanno portato sotto il loro cappello delle startup che offrivano servizi unici, integrati poi in quelli già in possesso. Un caso emblematico è avvenuto nel 2014, quando Amazon si è comprata la piattaforma di streaming videoludico Twitch.

Le ultime due proposte di legge sono meno controverse. A inizio giugno, il Senato aveva già approvato una misura emessa dalla senatrice Amy Klobuchar per aumentare le tasse di deposito delle fusioni per le grandi aziende, portando alle casse dell’autorità antitrust più soldi. La volontà è quella di trasformare la misura in legge.

L’ultimo obbligherebbe le piattaforme digitali a rendere interoperabili i dati che raccolgono, per facilitare agli utenti il ​​passaggio da un servizio all’altro. La portabilità dei dati è uno dei pochi progetti che vede concordi democratici e repubblicani.

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