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Storia semiseria della mutanda attraverso i secoli (seconda parte)

Roma, 10 apr – Sbocciata per pudicizia, la briglia da culo, però, presto vira verso il suo contrario, ovvero indumento di seduzione, ed anche nel nome prende una soluzione più elegante. Calçons in francese, braghesse in italiano, in quella guisa per noi un po’ hard in quanto aperta sul davanti. L’adottano dapprima le nobili signore d’Europa – Maria Stuarda andrà al patibolo con una mutanda in lana contro le perfide correnti d’aria della terra d’Albione – quindi le cortigiane di Genova e Venezia, il non plus ultra che può offrire il mercato del vizio. Ma poi la Controriforma cinquecentesca fa un buon repulisti e, ricoverando tutte le braghe, braghette, braghesse del mondo nel Giudizio della Sistina, le eclissa dall’impiego quotidiano. Fintantoché non si riaffacciano con l’età dei lumi.

Il delirio socialista di Henri de Saint-Simon e quello comunista di Etienne Cabet scorgeranno nel lungo mutandone il mezzo unico all’emancipazione della donna e all’uguaglianza delle masse. L’altalena di Fragonard, ritraendo il barone di Saint-Julien che sbircia una dama (sua moglie) mentre si dondola nel giardino, testimonia, però, come a fine Settecento vi siano ancora possibilità di rubare, coi giusti escamotage, un’occhiata alle nudità sotto gonna.

Il trend spinge a mutandarsi tutti, femmine e maschi

Benché le forze politiche conservatrici e religiose provino a bandirle, il trend spinge per mutandarsi tutti, femmine e maschi. Ma guarda tu com’è ostinato quest’essere umano, che più gli tappi, gli menomi, gli stringi, una parte intrinseca di sé, più lui s’intigna e, come si dice, la lingua va dove batte il dente. E’ infatti dalla metà dell’Ottocento che il desiderio fisico, reagendo agli obblighi sociali farisaico-borghesi, si deforma e detona, spargendo in società stravaganze sessuali e perversioni mai viste su larga scala. Cose da chiamare l’attenzione delle prime nomenclature e casistiche, come nell’imponente Psychopathia sexualis del tedesco Krafft-Ebing. Voyeur, frotteur, transvest, maso, pedo, sado, uro, copro, necro, fetish: dai cancelli della devianza è vomitato l’indicibile. Né getta acqua sul fuoco il boom di romanzi pornografici di una neonata branca pseudo letteraria, per lo più in forma anonima come l’Odissea di un paio di mutandine del fantomatico E.D. Tutto ciò mentre Parigi e Londra brulicano di laboratori di biancheriste, in cui ragazze senza un domani tagliano e cuciono come automi anche fino a venti ore al dì.

Attorno al 1880 è tassativo indossare la mutanda

Le ritrosie iniziali sono abbattute, e attorno al 1880 è tassativo indossare l’indumento, sia per il lui che la lei borghesi. Oggi siamo impacchettati in maniera perfetta e non c’è più alcuna zona scoperta – certifica l’igienista Georges Vacher de Lapouge, asprigno. Resiste, con buona pace dei Saint-Simon e dei Cabet, la categoria operaia e contadina. Tant’è che sfigati e bavosi di città li si vede battere le campagne in cerca delle braccianti chine sugli ortaggi, verificando che il sesso femminile, non abbia, per rivolgimento degli strani tempi, acquisito una foggia non più verticale. Ma la scalata alla società è opera kitsch già completa a inizio del secolo scorso, cui anche le menti migliori saranno destinate a piegarsi. A me piacerebbe che tu portassi mutande con vari strati di pizzi sovrapposti che risalgono dalle ginocchia in su per le cosce, e con nastri grandi rossi – scrive Joyce, da Trieste, a Nora sua moglie – con un fondo largo e abbondante e le gambe ampie, tutto pizzi e nastri e merletti, e carichi di profumo.

Lo segue a ruota il Cesare Pavese del chi non è geloso anche delle mutandine della sua bella, non è innamorato. Come pure il Georges Bataille di Mia madre, l’Anaïs Nin di Henry e June, l’Alberto Moravia della Vita interiore, il Philip Roth del Lamento di Portroy. M’infilo dalla testa un paio di mutandine che ho rubato – faceva il protagonista dell’americano. Controparte dell’eroe del manga e blockbuster Hentai Kamen, superman del Sol Levante che cela il volto dietro uno slip usato, come chiede l’ultima usanza fra i suoi connazionali. Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Ciò che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome di un tizio sulle mie mutande – sbotterà il Tyler Durden di Palahniuk, contro l’iper-futililtà capitalista che ha reso ciò che è oggi quest’indumento.

Il “velo di Maya”

Cerbero delle vanità universali. Vessatore della completezza nelle carni nude. Gatekeeper dell’idolatria in seta, lycra, pizzo. O vero “velo di Maya”, secondo la dottoressa Maria Giulia Ramirez che, richiamando Schopenhauer, ne evidenzia il carattere elusivo, illusivo, d’impaccio alla verità. E tanto forte è l’eredità di chi, in un modo o nell’altro, idolatra la mutanda, che sarebbe difficile figurarsi uomo e donna moderni, senza un cassetto ad hoc nel guardaroba, per tutta quanta la lingerie del caso. A meno che, quell’uomo e quella donna, non li si inquadri fra gli ammutinati, gli ostinati, i bonnie e clyde. E chi ha detto che questi non siano quanto di meglio ci resta?

Alessandro Staderini Busà

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