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Sono dieci anni che, per fortuna, non diciamo più “metrosessuale”

Sono almeno dieci anni che non sentiamo più parlare di “metrosessuale”: una di quelle invenzioni linguistiche degli anni Novanta di cui possiamo fare a meno. Lo era l’uomo giovane, single, borghese che, sorprendentemente, si curava: creme per il viso, dopobarba, camicie firmate. Una miniera d’oro per il marketing. Ma il termine in sé sottintendeva una patina di omofobia oscena, perché nella realtà serviva a rispondere a una domanda sogghignata dai passanti, in stile sitcom invecchiata male: “Ma è gay? No, no, è metrosessuale”. Oh, che sollievo, guarda. Non sia mai…

Lo spiega bene un comico di Los Angeles, Daniel Donohue, che su Instagram gira dei reel di stand-up comedy: “In pratica i ragazzi hanno iniziato a usare il balsamo e a pulirsi le unghie e qualcuno ha deciso che era in tutto una nuova sessualità”. Definizione perfetta.

Era questo il presupposto di un termine che si proponeva come l’evoluzione di altri usati in passato. Nel mondo gli “scapoli d’oro” ci sono sempre stati, gli amatori fissati col proprio corpo. In Italia erano i gagà, i maschi che si davano arie da gran signore e ancor prima i dandy. Una volta sposati, generalmente, finiva la magia delle cure, ma il vero Casanova restava single a vita. È però negli anni Ottanta che l’eterosessuale si apre al marketing delle creme per il viso e dei trattamenti di bellezza. Classici esempi estremi sono lo Psycho Patrick Bateman/Christian Bale, con le ostentazioni della cultura manageriale prese in giro da Bret Easton Ellis. O, per ridere, il modello sempre umettato di balsamo per capelli ne Il principe cerca moglie con Eddie Murphy. Insomma: nasce il metrosessuale, abita in città, fa shopping compulsivo e si idrata la pelle. In Fight Club di Chuck Palahniuk – e siamo già a metà anni Novanta – assistiamo anche alla lotta di questo maschio scisso tra il lasciarsi andare alle dolci promesse antirughe del consumismo e la rabbia bruciante dell’insicurezza di non essere più scambiato per un rude picchiatore. Il povero Tyler Durden è pure fissato con il design degli interni, con un appartamento, nel film tutto Ikea, che presto riduce in macerie.

Nella realtà, comunque, l’uomo che si cura era destinato a essere quello “del futuro”. L’aveva capito benissimo il giornalista britannico – e queer – Mark Simpson, che per primo coniò il termine “metrosessuale” per The Independent nel ’94 per descrivere l’eterosessuale vittima dello specchio e di un marketing capitalista che era stato prima “testato per bene negli anni Ottanta” sugli uomini gay. Prenderà davvero piede nel 2002, sempre per “colpa sua”, come scherza sul suo sito ufficiale, in un altro articolo. Seguiranno tutte le reinterpretazioni vagamente omofobe della cultura mainstream. La critica di Simpson era ben più complessa. C’era la critica di una commercializzazione sempre più vanesia dell’identità, l’ironia tagliente per lo sfruttamento di un’apertura mentale gay che non aveva alcun ritorno in termini di libertà. E il rifiuto dello svuotamento culturale che qualsiasi tendenza consumista è in grado di provocare, a discapito di cure ben più profonde della persona. Negli a seguire, invece, metrosessuale sarà solo un modo per distanziarsi con malcelato disprezzo dall’idea stereotipata dell’omosessuale vanesio. O per coltivare battutine nei limiti del politicamente corretto di allora. Nel suo pezzo, comunque, Simpson per fare il ritratto dell’urbano-sessuale sceglie David Beckham.

E in effetti in Europa, da est a ovest, ha vinto senza sforzi l’estetica, pacchiana ma molto rifinita, del calciatore con i capelli ingellati pure in campo e le mutande Calvin Klein per 90 minuti di sudore. E che dire del campione di mma Conor McGregor? Violento quanto vuoi, ma griffatissimo, a partire dalle ciabatte. Lui sì fashion victim. Ma torniamo un attimo indietro, a uno degli ultimi metrosessuali delle serie americane: Barney Stinson di How I Met Your Mother. Non solo era tale, ma incarnava tutto quel mettere le mani avanti che era alla base del nuovo termine. Era l’equilibrio, all’epoca considerato molto comico, oggi un altro stereotipo banale, tra il mostrarsi sempre di tutto punto ma mai omosessuale. Come se le due cose dovessero andare a braccetto per partito preso.

Con Barney la metrosessualità tocca il suo apice, si autogiustifica e poi si consuma nelle risate: era battuta ricorrente per lo sciupafemmine sessualizzare i propri completi, la relazione più stabile della sua vita fino a quel momento. Comunque: l’attore, ossia Neil Patrick Harris, è gay, sposato e con due gemelli.

Every Time Barney Stinson Wore a Suit in 'How I Met Your Mother'
Barney Stinson, aka Neil Patrick Harris.

A un certo punto, è entrato in scena l’hipster. Più o meno intorno agli anni Dieci. In America è il manager minore di qualche social che all’università si è spacciato per sinistroide, poi si è fatto cresce i baffi, si è tatuato e ha preso a vestirsi come un barbiere di fine Ottocento ma in salsa dandy. O un teppista alla Peaky Blinders. Ora il focus non erano più le creme per le guance, ma gli olii per i peli del mento: modifiche minori per il marketing. Gli hipster, con i loro eccessi, hanno normalizzato e a suo modo cancellato il metrosessuale e le sue esigenze di definizione.

Ricapitolando: nel 2003 l’inserto della domenica del New York Times annunciava con un triste gioco di parole il coming out (vebratim) dei metrosessuali e si affrettava a chiarire, nella prima riga del sommario: “Sono etero”. Nel 2012 Cosmopolitan prendeva atto della loro scomparsa, citando un sondaggio dell’università di Cincinnati. Gli uomini intervistati non sapevano più cosa volesse dire. Per molti, era un sinonimo di gay: il che è molto divertente se si pensa che la parola era stata sposata per differenziarsi dai queer, l’eterna ridicola insicurezza dell’eterosessuale basico. Che non teneva conto dell’intuizione arcobaleno, nata ben prima dell’appropriazione consumista, di poter essere uomini senza dover essere buttati nell’umido superati i 20. Anni dopo, a partire dal 2018, i cinque ragazzi gay di Queer Eye avrebbero girato l’America per consigliare come vestirsi e dare lezioni di autostima a tanti catorci che il treno della metrosessualità non l’avevano mai nemmeno intravisto.

Gli amici di ‘Queer Eye’

Oggi nelle grandi metropoli occidentali lo stile non è più lo specchio obbligato della propria sessualità: semmai dell’estro personale. Harry Styles, cresciuto, indossa le gonne da uomo quasi vittoriane di Alessandro Michele per Gucci e poi posa sulla motocicletta. E visto che abbiamo nominato l’Italia: a Sanremo Mamhood, Blanco e Damiano David fanno a gara al pizzo, al ricamo e allo sbuffo di seta più androgino, tra rap e rock. Michele Bravi, per dire, ha un trucco da fata che gli dona molto. Certo, è un revival degli anni Settanta, ma con un significato politico e sociale che si spera vada ben oltre il palco e il marketing dei trucchi. È una questione di libertà.

 
Blanco e Mahmood appena vinto Sanremo 2022.

Tornando però ai nostri metrosessuali, occorre in parti perdonarli. A loro modo, i pubblicitari anni Novanta hanno fatto una piccola rivoluzione, che certo è servita soprattutto a Nivea, Garnier e Lancôme, ma ha aiutato anche a erodere una certa tossicità maschile. Facendo sì che un uomo con una crema idratante non fosse più roba da prima pagina del New York Times. O un’altra scusa per disprezzare per interposta persona la comunità queer.

In foto: Simu Liu (Shang Chi della Marvel), Harry Styles e Michael B. Jordan

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