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Si ritira Fabio Aru: vita e declino di un mancato nuovo Nibali

Roma, 11 set – Come spesso capita nello sport, ci sono giovani che alle prime buone prestazioni vengono paragonati a mostri sacri della disciplina. Dal calcio agli sport meno diffusi, gli atleti – spesso giovanissimi – negli ultimi anni sono costretti a subire pressioni per accostamenti prematuri. Alimentati dai media soprattutto e da lauti stipendi, da ripagare nel brevissimo periodo. È il caso di Fabio Aru, ormai ex ciclista professionista, che avrebbe dovuto caratterizzare assieme a Vincenzo Nibali le fortune del ciclismo azzurro di questo ultimo decennio. Come nei più bei dualismi della storia della disciplina, che all’Italia sportiva tante gioie ha portato. Così non è stato.

Fabio Aru, il (mancato) nuovo Nibali

A guardare il palmares del ciclista sardo, troviamo meno di quello che ci si aspettava nel 2014, anno dell’esplosione. A soli 24 anni, con la maglia Astana, vince una tappa al Giro d’Italia e due alla Vuelta di Spagna, concludendo nella generale rispettivamente terzo e quinto. “È il nuovo Nibali!” esclamavano gli appassionati e gli addetti ai lavori. Lo “Squalo” siciliano nel mese di luglio avrebbe intanto vinto uno storico Tour de France, divenendo il sesto ciclista (su un totale attuale di sette) a conquistare la triplice corona (vincere almeno una volta Giro, Tour e Vuelta).

Effettivamente, Fabio Aru conferma l’anno successivo di essere un serio pretendente alle grandi corse. Vince due tappe e la classifica giovani al Giro d’Italia, chiuso al secondo posto dietro solo al fuoriclasse Alberto Contador, e soprattutto la Vuelta, conquistando quella consacrazione auspicata l’anno prima. Il 2016, penseranno tutti, è l’anno di transizione. Un buon Tour de France gli consegna un tredicesimo posto nella generale, che poteva essere migliore senza il crollo nell’ultima tappa di montagna. Ottimo anche il sesto posto alle Olimpiadi di Rio de Janeiro (dove lo sfortunato Nibali vedrà sfumare la medaglia a causa di una caduta). Tutta esperienza per diventare un grandissimo.

Il prematuro tracollo fisico (e mentale)

Giungiamo così il 2017, dove in un attimo Fabio Aru, dal sognare di vincere il Tour de France, si ritrova a vivere quella che effettivamente è l’ultima stagione di alto livello, a soli 27 anni. Arriva il titolo nazionale in linea: quale migliore soddisfazione che quella di affrontare il Tour de France con la maglia di campione italiano? Alla quinta tappa va a prendersi la vittoria sulla durissima salita de La Planche des Belles Filles. Per poi addirittura indossare dalla tappa numero 12 (seppur per due soli giorni) la maglia gialla di leader, divenendo il quarto italiano in assoluto ad aver indossato tutte e tre le maglie dei Grandi Giri. Proprio da quel momento inizia il terribile e definitivo declino, che lo porterà giù dal podio podio Grande Boucle e alle tormentate stagioni successive.

Il triennio alla UAE Emirates (trainata negli ultimi due anni e mezzo dal fenomenale Tadej Pogačar, a proposito di giovani dalla mentalità solida) ci consegnano un Fabio Aru tormentato da problemi fisici e psicologici all’anonimato, aggredito verbalmente e accusato di scarsa tenuta mentale dai più. Non arrivano vittorie, non arrivano segnali di ripresa, solo qualche flebile lampo in mezzo al buio totale. La firma con la Qhubeka-Assos e il ritorno alle gare di ciclocross sembrano ridargli fiducia e morale, ma dopo le ennesima prestazioni deludenti, prima del via alla Vuelta, annuncia il ritiro al termine della corsa. La corsa che lo avrebbe potuto rendere grande sancisce così la fine sportiva del Cavaliere dei Quattro Mori. Non senza polemica nei confronti dei critici più severi.

Fa parte dello sport. E per diventare immortali – sportivamente parlando – bisogna anche essere capaci di fronteggiare le situazioni più dure a livello emotivo. Cosa che Aru, purtroppo per lui e per l’Italia ciclistica, non è riuscito a fare. Non resta che augurargli buona fortuna qualunque sarà la strada intrapresa e ringraziarlo per quel che ha saputo fare.

Manuel Radaelli

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