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Scandali finanziari al Vaticano, domani parte il maxiprocesso

Per la prima volta alla sbarra un cardinale, Giovanni Angelo Becciu, processato da giudici laici dopo riforma di papa Francesco che abolisce i privilegi curiali

Un vero e proprio terremoto giudiziario, un avvenimento senza precedenti destinato a fare storia. Parliamo del maxiprocesso per reati finanziari in Vaticano che inizia domani nella sala polifunzionale dei Musei Vaticani, allestita come tribunale per l’occasione.

A finire alla sbarra saranno in dieci: dal cardinale Giovanni Angelo Becciu, ex sostituto alla Segreteria di Stato, ai broker finanziari che avrebbero raggirato la Santa Sede, passando per Cecilia Marogna, assunta come “intermediaria” per liberare degli ostaggi dalle mani di gruppi terroristici in Africa. Gli imputati, accusati a vario titolo di truffa, riciclaggio, autoriciclaggio, abuso d’ufficio, estorsione, corruzione, appropriazione indebita, peculato, rischiano il carcere, oltre a multe salatissime. Quello che inizia domani, dopo due anni di indagini, può definirsi un processo storico anche perché è il primo a celebrarsi dopo la riforma avviata da Papa Francesco, che con motu proprio dell’aprile scorso ha introdotto modifiche all’ordinamento giudiziario vaticano, disponendo che anche vescovi e cardinali siano giudicati dal tribunale ordinario della Santa Sede.

Le indagini sono scattate dopo lo scandalo dell’acquisizione di un palazzo di lusso a Londra, a Sloane avenue 60, costato alla Santa Sede in tutto oltre 350 milioni di euro. L’affare immobiliare risale al 2014, quando la segreteria di Stato decise di investire 200 milioni di euro in un fondo gestito dal broker Raffaele Mincione: metà della cifra andò all’edificio, metà in altri investimenti. Quattro anni dopo, l’investimento originale aveva già perso 18 milioni di euro. Fu per questo che fu coinvolto Gianluigi Torzi, un altro broker, con il compito di far rientrare gli investimenti.Per i procuratori però Torzi ingannò la Santa Sede, ottenendo prima pieni diritti di voto sulla holding che gestiva l’immobile, con l’acquisto di oltre mille azioni, poi estorcendo al Vaticano 15 milioni di euro per ottenere il controllo dell’edificio che pensava di aver già acquisito.

Mincione e Torzi sono accusati di frode, riciclaggio di denaro, appropriazione indebita, ma negano tutto. Anche Becciu nega le accuse di appropriazione indebita e di pressioni su monsignor Alberto Perlasca, che aveva inizialmente gestito l’acquisizione del palazzo e che ora non è tra gli imputati. All’ex numero 2 della Segreteria di Stato è legata la figura di Cecilia Marogna, assunta nel 2016 come consulente di sicurezza esterna. I procuratori la accusano di aver sottratto 575.000 euro dai fondi vaticani, che Becciu le aveva messo a disposizione per gestire i riscatti di alcuni ostaggi cattolici.

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