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Referendum, Meloni divorzia da Salvini: «Che errore indebolire il carcere preventivo»

L’altolà di FdI affidato al responsabile Giustizia, Delmastro: «Assurdo il quesito sulla custodia cautelare». Firme, oggi il via

Destra divisa. Altro effetto del lungo day after pentastellato, forse, che indirettamente favorisce il disordine e il solipsismo anche in altri schieramenti.

Fatto sta che dopo la faticosa adesione al referendum concessa tre giorni fa da Silvio Berlusconi, ieri è invece arrivata la gelida conferma del no di Fratelli d’Italia.

L’ha comunicata il deputato e responsabile Giustizia di Giorgia Meloni, Andrea Delmastro Delle Vedove, con una secca intervista al Fatto quotidiano: stroncato innanzitutto il quesito che vieterebbe la custodia cautelare basata se basata solo sul rischio di reiterazione ( «noi siamo assolutamente contrari» ), ma FdI si chiama fuori anche sulle altre proposte abrogative.

Siamo dunque alla scissione referendaria nel centrodestra. Ed è un dato politicamente pesantissimo. La “destra- destra” di Meloni marca le distanze sulla nuova affinità di Salvini coi radicali.

Lo avrebbe fatto in ogni caso, probabilmente, per lucrare una legittima visibilità, lo fa a maggior ragione per mettere il Carroccio in difficoltà sul quesito più problematico per le vocazioni leghiste: quello appunto sui “limiti alla custodia cautelare”.

Proprio sul Fatto, Piercamillo Davigo aveva veicolato il messaggio secondo cui il successo di quel referendum sarebbe un regalo alla microcriminalità.

Non si può parlare certo di idillio, in questa fase, fra i tre partiti del centrodestra. E il quadro non è semplice neppure per il solo asset della giustizia che prescinda dalle contorsioni 5s, il referendum appunto.

Delmastro risponde al quotidiano di Marco Travaglio, che punta a far emerge un “Salvini incoerente” rispetto alla linea “legge e ordine”: non è possibile, per il deputato di Fratelli d’Italia, «privare gli inquirenti di uno strumento così efficace», utile, a suo giudizio, a «evitare un’attività criminosa che altrimenti proseguirebbe imperterrita».

Il parlamentare si sofferma sulla necessità di contrastare «spaccio, scippi e furti in abitazione», ma anche i reati dei “colletti bianchi”. Non lascia intravedere aperture sugli altri quesiti: noi siamo per gli emendamenti alle riforme, spiega il responsabile Giustizia di Fratelli d’Italia, anche «sul Csm».

E la bocciatura del referendum è esplicita, per il partito di Giorgia Meloni, persino sull’abrogazione della legge Severino: «La legge ha effetti distorsivi e incostituzionali per gli amministratori locali, ma dei criteri di ineleggibilità e incandidabilità per i condannati devono restare. Sono contrario a eliminarla del tutto», è la sentenza.

Non è solo un problema di Salvini e al limite di Berlusconi, ma di equilibrio generale. Cosa può avvenire? Che il Carroccio potrebbe sentirsi spinto a esasperare la propria intransigenza su altri versanti, per attenuare il colpo sulla custodia cautelare. Salvini ha già iniziato a farlo a proposito delle carceri, col suo precipitarsi a incontrare il direttore di Santa Maria Capua Vetere nel pieno dello sgomento per i pestaggi.

La generale inclinazione leghista alle restrizioni punitive potrebbe riemergere anche sul ddl penale: le modifiche ipotizzate dalla commissione Lattanzi e da alcuni partiti, Pd incluso, estendono il ricorso ai riti speciali per molti reati: ma intanto Salvini è il padre della legge, approvata due anni fa, che ha abolito l’abbreviato per i reati da ergastolo.

C’è il rischio insomma di un caos supplementare, sulla giustizia, tutto nel versante della destra.

Certo, al di là delle presunzioni pessimistiche, va riconosciuta al leader della Lega una linea molto chiara, sui quesiti promossi col Partito radicale: «È una pacifica rivoluzione, la firma dei sei referendum potrà fare dopo trent’anni quello che non ha fatto la politica in Parlamento», ha ribadito ieri.

Ha quindi chiarito: «Noi sosteniamo le riforme di Draghi e Cartabia, ma i cittadini potranno dare una bella spinta». Sono ottime intenzioni accompagnate da uno sforzo organizzativo mastodontico: da oggi sono attivi 1.200 gazebo per la raccolta delle firme in tutte le regioni italiane.

Nelle ultime ore, Salvini è stato a Bologna per inaugurarne 30. Il suo commissario toscano, Mario Lollini, assicura che cercherà di essere presente «anche nelle località balneari».

Una grande mobilitazione, che ha però un prezzo politico notevole per la Lega.

Pagato proprio al partito e alla leader, Giorgia Meloni, che a Salvini vogliono portar via lo scettro di Capitano del centrodestra.

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