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Qual è lo studio legale con cui Twitter farà causa a Elon Musk

Elon Musk ha rinunciato all’acquisizione di Twitter e la compagnia è pronta a fargli causa per non aver rispettato gli accordi tra le parti. Questo sarà il prossimo capitolo di un duello che si protrae da mesi, dopo la proposta da 44 miliardi di dollari avanzata da Musk per prendersi il social media.

L’azienda ha spiegato più volte che il suo unico interesse è rispettare le condizioni previste dall’intesa per portare a termine il passaggio di testimone. Per questo, dopo la lettera di rinuncia inviata dal team legale di Musk a Twitter e alla Sec, organo di controllo del mercato Usa, ha ingaggiato lo studio legale Wachtell, Lipton, Rosen & Katz, uno dei più grandi, influenti ed esperti in diritto legale degli Stati Uniti.

Tanto per farsi un’idea sul livello dei legali in questione, basta sapere che Martin Lipton, uno dei fondatori del gruppo fondato a New York nel 1965, ha ideato nel 1982 la ‘poison pill defense‘, la cosiddetta ‘pillola avvelenata’ che a livello tecnico consente a una società di difendersi da un’offerta pubblica di acquisto ostile e frenare le mire dell’acquirente. Una carta che Twitter si è giocata con Musk all’indomani delle sue prime mosse verso la conquista della compagnia, per evitare che potesse accumulare azioni sul mercato senza l’approvazione del Consiglio di Amministrazione.

Con un ruolo decisivo nella rinascita di Chrysler negli anni Settanta, lo studio newyorchese ha rappresentato tante grandi aziende come AT&T, Pfizer e JP Morgan Chase, delineandosi come uno dei più redditizi per i profitti ai soci (più di 6,5 milioni di dollari nel 2018), pagati in relazione all’anzianità degli anni dedicati allo studio invece che per gli affari conclusi. Ora è attesa da un altro potenziale processo mediatico, in cui tuttavia Twitter parte con un certo vantaggio rispetto a Musk.

A quanto filtra dal quartier generale della società, già questa settimana la società dovrebbe citare in giudizio Musk presso la corte di Chancery, nel Delaware, in uno scontro che configura all’orizzonte un lungo braccio di ferro. I precedenti per casi simili suggeriscono che un compromesso potrebbe essere negoziare l’accordo a cifre minori, con l’aggiunta di una compensazione di alcuni miliardi di dollari dovuti alla società per il protrarsi della contesa e relativi danni di immagine.

Musk ha bloccato l’affare per “il mancato rispetto dell’accordo da parte di Twitter“, con diretto riferimento alla diatriba sul numero di account fake e la quantità di spam attivo sulla piattaforma. Twitter ha ripetuto in più occasioni che i bot non superano il 5% del totale, cifra non condivisa da Musk, che ritiene l’effettiva diffusione di profili falsi oscillante tra il 9% e il 15%. Per quanto il dettaglio sia un elemento importante per stimare la potenziale crescita di Twitter in termini di ricavi (da valutare in relazione agli utenti attivi giornalieri, che secondo la società si aggirano sui 229 milioni), quella dello spam è anche un pretesto cavalcato da Musk per rimettere in discussione i numeri dell’affare.

Il punto centrale è la proposta da 44 miliardi di dollari, con un premio di 54,20 dollari per azione, che Musk ha presentato a Twitter lo scorso 25 aprile. Una cifra molto al di sopra del reale valore della compagnia che nel frattempo, causa la prolungata incertezza sul da farsi, ha perso ulteriore smalto e terreno a Wall Street. Proseguendo nel trend post lettera di Musk, anche nel trading pre-mercato odierno il valore delle azioni ha continuato a scendere toccando quota 33,93 dollari. Fin troppo evidente, dunque, l’errore di calcolo e la sopravvalutazione di Twitter da parte di Musk.

Per molti degli esperti citati dai vari media statunitensi la protesta di Musk circa i bot sulla piattaforma non è un elemento in grado di far pendere l’eventuale bilancia processuale dalla sua parte. “Musk dovrebbe dimostrare che i numeri degli account di spam non solo erano falsi, ma anche determinanti nel pregiudicare i futuri ricavi di Twitter”, è la chiave di lettura condivisa da alcuni specialisti legali consultati da Reuters. Maggiori chances come condotta negativa che pesa sul giudizio di Twitter potrebbe avere, invece, il licenziamento di Kayvon Beykpour e Bruce Falck, due manager operativi in cima all’organigramma interno, avvenuto a maggio senza consultare il primo azionista della compagnia, come prevedeva l’accordo tra Musk e l’azienda.

pic.twitter.com/JcLMee61wj

— Elon Musk (@elonmusk) July 11, 2022

Rinegoziazione a parte, sul piatto resta anche l’opportunità di ritirarsi dall’affare, a patto di pagare la pena da 1 miliardo di dollari. Che scatta qualora l’acquirente torni sui propri passi per qualsiasi motivazione non legata a colpe o lacune della società in vendita. Tenuto a mente che nei mesi scorsi la crisi dei titoli tech ha colpito anche Tesla, con le azioni calate fino al 35%, e la vendita di circa 8,5 miliardi di dollari di azioni della compagnia di veicoli elettrici per finanziare l’operazione Twitter, Elon Musk finora non ha commentato le mosse altrui limitandosi, come spesso gli accade, a condividere su Twitter meme per prendere in giro i suoi avversari.

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