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Putin ha “scelto” Draghi: l’Italia come garante dell’intesa

Un’Italia garante non solo della futura integrità territoriale dell’Ucraina, ma anche delle future relazioni tra Mosca e Kiev, su esplicita richiesta della Russia. È questa la principale novità emersa dalla telefonata di mercoledì tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il presidente russo, Vladimir Putin, della quale il primo ha rivelato i dettagli nella conferenza stampa di oggi con l’Associazione stampa estera.

«Il contenuto esatto di queste garanzie è presto per definirlo, dipenderà dal risultato dei negoziati – ha detto Draghi ai cronisti – Credo sarà un ruolo di garanzia affinché le clausole negoziate siano attuate: l’aspetto positivo è che l’Italia è richiesta come garante sia dall’Ucraina che dalla Russia». Una richiesta certamente di prestigio che ribalta la narrazione delle prime settimane di guerra, in cui oltre allo spiacevole malinteso tra Draghi e Zelensky sulla telefonata non riuscita, l’Italia è stata più volte esclusa dai colloqui tra le grandi potenze europee per decidere una strategia comune da adottare contro Mosca. Eppure, definirsi come garanti di una situazione ancora in fase di definizione può portare più grane che vantaggi al nostro paese, sia perché porsi come tutori dell’integrità territoriale di Kiev significherebbe difenderla con le armi in caso di future aggressioni (cosa che, in parte, stiamo già facendo) sia perché l’impossibilità per l’Ucraina di entrare nella Nato è data proprio dal desiderio di evitare un coinvolgimento in guerra di tutta l’Alleanza in base all’articolo 5 del suo trattato istitutivo.

Tuttavia, occorre ricordare che anche l’adesione di Kiev all’Ue, fortemente sostenuta dall’Italia e da Draghi in prima persona, comporterebbe un coinvolgimento militare del nostro paese nell’eventualità di futuri attacchi, come prescritto dall’articolo 42, paragrafo 7, del trattato istitutivo dell’Unione europea. «Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio – si legge nel testo – gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite». Quindi anche militarmente. Draghi non ha parlato solo del futuro ruolo dell’Italia, ma anche della situazione attuale del conflitto e della questione energetica. «Putin mi ha detto che i tempi sia per un incontro con Zelensky che per un cessate il fuoco generale non sono ancora maturi», ha illustrato il presidente del Consiglio specificando poi che sul pagamento del gas in euro o dollari «i contratti esistenti rimangono in vigore», confermando quello che Putin aveva già detto al cancelliere tedesco Olaf Scholz, salvo che poi oggi il presidente russo ha firmato il decreto che prevede il pagamento in rubli.

In ogni caso, Draghi ha spiegato che l’Italia può riuscire «a sostituire il gas russo subito per il 30, 40 per cento», mentre per il resto ci vorrà ancora tempo. Per poi concentrarsi sulla difesa comune europea, definendolo «l’obiettivo più grande», perché «l’Italia è sempre stata convinta di questa strada, fin dai primi anni ’50 con Alcide De Gasperi che invocò una difesa comune europea e all’epoca non ci si riuscì». Infine, un passaggio sul ruolo di Pechino, visto che domani si terrà il vertice Ue-Cina dopo la rinnovata intesa tra Mosca e il Dragone. «Ho aspettative positive perché è impossibile non averne – ha commentato l’inquilino di palazzo Chigi – Pechino potrebbe diventare protagonista di prima grandezza nell’avvicinare le due parti, poi bisogna vedere se queste aspettative sono confermate dal comportamento e dalle indicazioni del presidente Xi Jinping». Se ne parlerà certamente nel summit di domani, ma secondo Draghi «lo spazio per un ruolo cinese esiste, ed è molto significativo».

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