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Primo stadio moderno e scudetto: i primati della Bologna calcistica

Bologna, 15 mag – Si scrive calcio, si legge scontro. Con buona pace dei buonisti sportivi che plaudono al gioco corretto, il successo del pallone si può spiegare anche nella sua primordialità, che allo stesso tempo accomuna ma soprattutto distingue: dal campanile passando per le dispute macro-regionali si arriva alle contese nate da motivi puramente sportivi. Così era anche un centinaio di anni or sono, quando la stagione 1924/25 ha lasciato ai posteri quello che oggi conosciamo come lo “scudetto delle pistole”.

La Prima Divisione

L’allora Prima Divisione – antenata dell’odierna serie A – si divide in diversi gironi a carattere territoriale: la formula prevede che ciascuna delle due leghe, Nord e Sud, qualifichi una finalista che si giocherà lo scudetto (proprio da questa stagione il distintivo dannunziano viene cucito sulle maglie dei campioni d’Italia) in gara di andata e ritorno. Titolo che ancora arride esclusivamente alle squadre del nord: il Savoia ad esempio (1924) è la prima squadra meridionale a pareggiare contro una rivale del settentrione.

Lo scippo della stella: l’affermazione del Bologna

L’antipasto di ciò che succederà nell’estate del ‘25 ce lo fanno assaggiare la stagione precedente proprio Genoa e Bologna, con i primi che si qualificano per la finale nazionale vincendo a tavolino per “gravi intemperanze del pubblico” felsineo: conquisteranno poi il nono (e ultimo) campionato della loro storia. Ancora più discusso quello in questione, per via di un infinito spareggio tra grifoni e petroniani, un duello senza esclusione di colpi: la rimonta felsinea, una partita non omologata, la sparatoria di Torino – da qui l’originale definizione – e infine l’ultima decisiva gara giocata a porte chiuse in data e luogo segreti. Gli emiliani si sbarazzano poi senza troppi problemi dell’Alba Roma, vincendo così il primo campionato della propria storia. Bologna porta così lo scudetto al di fuori del triangolo industriale, preparando il terreno a quello che negli anni ‘30 diventerà “lo squadrone che tremare il mondo fa”.

Il Littoriale, primo stadio moderno

Ma i primati felsinei non si esauriscono qui. Se da una parte i rossoblu hanno il merito di aver rotto il ghiaccio in campo continentale, conquistando nel 1932 la Coppa dell’Europa Centrale, dall’altra il loro impianto – oggi dedicato allo storico presidente (1934-1964) Renato Dall’Ara – risulta essere il precursore del concetto moderno di stadio.

Struttura ovalizzata, muratura in caratteristici mattoni rossi e finestre ad arco quando ancora, pressoché in tutta Italia, si tifa da semplici impalcature site a bordo campo. La costruzione – iniziata nel ‘26 e terminata 17 mesi più tardi – si affianca a due piscine, di cui una coperta (altra novità assoluta) in quello che non è solo uno stadio ma un vero centro polisportivo. L’impianto di livello continentale è poi impreziosito nel 1929 dalla Torre di Maratona – simbolo di competizione e tempra – completata dalla raffigurazione della Vittoria alata oltre che da una statua equestre di Mussolini.

Festa d’Italia, collaudo spirituale

Il battesimo calcistico avviene il 29 maggio 1927, quando la nostra nazionale supera 2-0 la selezione iberica. Come riportano le cronache del tempo l’inaugurazione, avvenuta “in forma solenne” davanti a 60.000 spettatori – con almeno altri 10.000 rimasti fuori per mancanza di spazio – risulta essere uno “spettacolo assolutamente eccezionale” al quale assistono anche “il re e un principe della casa regnante spagnola”. In questo festante contesto Vittorio Emanuele ammette di comprendere l’entusiasmo del figlio Umberto per le partite svolte domenicalmente nell’Alta Italia.

Esattamente una settimana dopo – il 5 giugno – scendono in campo anche i padroni di casa. Esordio positivo dei felsinei contro il “solito” Genoa, battuto dalla rete di Martelli. Nello stesso pomeriggio – 350 km più a ovest – la stracittadina Torino – Juventus termina 2-1: i granata conquisteranno uno scudetto poi revocato, per un illecito consumatosi proprio nel derby. A tagliare la testa al Toro, Leandro Arpinati, presidente della FIGC nonché podestà della Dotta. Lo stadio, l’Europa, lo scudetto delle pistole e anche quello “di nessuno”: storia calcistica scritta all’ombra delle Due Torri.

Marco Battistini

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