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Non è reato dire a Lerner “comunista fazioso col portafoglio a destra”. Il giornalista perde la causa

Brutta sconfitta in tribunale per il giornalista Gad Lerner, non nuovo a querele per diffamazioni nei confronti di colleghi che osano criticarlo e magari mettere in dubbio la sua imparzialità. Nel caso specifico, Lerner ha perso la causa contro il giornale “La Verità” che gli aveva rivolto alcune “osservazioni” sul suo stile e sulle sue posizioni, frasi dalle quali il giornalista di sinistra si era sentito diffamato chiedendo 80mila euro di risarcimento per gli articoli pubblicati tra l’1 e il 5 giugno 2019. In quei pezzi  venivano approfonditi i costi del talk show L’Approdo, che andava in onda su Rai 3, e i suoi compensi da conduttore con una serie di giudizi che i giudici della prima sezione civile del Tribunale di Milano hanno ritenuto non diffamatori, respingendo il ricorso.

Gad Lerner e la causa persa contro “La Verità”

Come racconta oggi La Verità, Lerner si era rivalso per alcune frasi sull’esistenza di una lobby che favorirebbe i compagni o i radical chic di cui l’esponente avrebbe beneficiato ma anche per le accuse di faziosità, laddove si asseriva che il suo obiettivo sarebbe stato non quello di fare ascolti ma “la narrazione marcatamente antileghista”.

In più, Gad Lerner si era sentito offeso anche da quella definizione, “comunista col rolex, commentatore radical chic, conduttore con il pedigree di sinistra ma il portafoglio posizionato molto a destra” affibbiatagli dalla Verità. I giudici, invece, hanno confermato in udienza che «le informazioni veicolate dagli articoli corrispondevano, nella loro essenza, al vero». «Seppure traspare la critica per gli elevati costi del programma, il fatto attribuito all’attore non è illecito né disdicevole, riguardando la percezione di un compenso derivante dal legittimo esercizio della sua attività professionale».

Secondo i giudici, scrive La Verità, proprio Lerner aveva «espresso in più occasioni idee contrarie alle politiche della Lega» e in alcuni tweet aveva «espresso apprezzamenti marcatamente negativi nei confronti di Matteo Salvini». Tutti elementi che, è scritto in sentenza, «possono rendere plausibile, nella visione dell’autore dell’articolo, l’intenzione di esprimere nel programma tali posizioni contrarie».

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