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L’estetica queer è molto di più di un accessorio arcobaleno

Anche se gli accessori del Pride nascono con le migliori intenzioni, mullet e pantaloni con il risvolto catturano “l’estetica queer” molto meglio di qualsiasi cosa trasudi loghi arcobaleno. Non significa però che siano al sicuro dal capitalismo arcobaleno.

In un TikTok di aprile, Giulia Beaudoin chiedeva perché un selfie allo specchio di una persona con i capelli verdi, gli occhiali con la montatura di metallo e le Converse alte nere è “molto più gay” di una foto con le bretelle arcobaleno e un cappellino con la scritta “PRIDE”.

“Sì, questa sono io due anni fa, e dovrebbe essere gay”, spiega Beaudoin. “Dovrebbe sembrare molto più gay dell’altra foto, ma non è così. Non lo è e basta”.

In uno dei commenti, la prima immagine viene paragonata all’andare all’università mentre la seconda è più come qualcuno che indossa capi e accessori con il logo e il nome dell’università. Un altro commento descrive la prima immagine come una “vera persona LGBTQ che esprime completamente sé stessa”, la seconda invece “sembra qualcuno che indossa la linea Pride di Target”. Per altri commentatori la seconda immagine è “queer commerciale”, “come un turista”, oppure “come si vestono gli etero quando vogliono mostrare il loro sostegno al Pride”.

Monetizzare sull’arcobaleno

L’arcobaleno è stato il simbolo del movimento per i diritti delle persone LGBTQ sin dalla prima apparizione della bandiera arcobaleno alla San Francisco Gay Freedom Pride Parade del 1978. A partire da allora, gli Stati Uniti hanno fatto passi da gigante per garantire i diritti LGBTQ, dalla legalizzazione dei matrimoni di persone dello stesso sesso nel 2015 all’Equality Act, approvato dalla Camera dei Rappresentati quest’anno, che protegge esplicitamente gli individui dalla discriminazione in base all’orientamento sessuale. (La legge deve ora passare al vaglio del Senato, sempre che non venga boicottata dai repubblicani).

Ma da quando è sventolata la prima bandiera arcobaleno negli anni ’70, i festeggiamenti per il Pride – e l’abbondante iconografia che li accompagna – hanno finito per essere associati a una forma di commercializzazione, non di liberazione. La generazione Z è la più queer che ci sia mai stata; in base a un sondaggio Gallup pubblicato quest’anno, una su sei persone dai 18 ai 23 anni si identifica come queer o transgender. Sui social media, però, le persone LGBTQ sono restie ad adottare i gadget arcobaleno con la stessa foga con cui le aziende sembrano produrli.

La linea Pride di Target, ad esempio, è stata ridicolizzata su TikTok per settimane. Quei capi di abbigliamento sgargianti e gli accessori per la casa con la bandiera arcobaleno hanno scatenato su TikTok un trend critico nei confronti dei prodotti targati “Pride” di altre aziende. Questa generazione di ragazzi sarà anche la più apertamente LGBTQ ma molti sono delusi dal “capitalismo arcobaleno”, espressione che descrive il modo in cui si è monetizzato sul movimento di liberazione LGBTQ, accrescendo il proprio capitale sociale. Alex Abad-Santos ha descritto il Pride come una “vacanza firmata” in un pezzo per Vox del 2018, in cui scriveva che il fatto di far uscire ogni anno prodotti arcobaleno e di donare una minima parte dei proventi “crea un contesto di attivismo per pigri, che dà modo ai brand e ai consumatori di sostenere cause politiche e sociali col minimo sforzo”.

Non ci vuole molto, insomma.

Moda e identità sono legate

Beaudoin, studentessa, non si mette le bretelle arcobaleno né si disegna cuoricini rainbow sulle guance per rivendicare la propria sessualità. Invece, ha raccontato a Mashable via dm su Instagram, si esprime vestendosi secondo i canoni dell’”estetica queer”, che agli accessori e ai capi di abbigliamento Pride preferisce jeans a zampa di elefante e vistose giacche stampate. Aggiunge che la maggior parte dei suoi compagni di scuola etero scelgono uno stile più mainstream come felpa e leggings, ma lei non va mai a scuola indossando qualcosa di “normale”.

“Va benissimo anche quello, ma io voglio distinguermi!” spiega Beaudoin. “Penso che dipenda dal fatto che sono a mio agio con la mia sessualità perché mi permette di applicare gli stessi principi anche in altri ambiti. Ho imparato a esprimere me stessa mentre cercavo di accettare la mia sessualità e ora uso quell’esperienza anche nella moda!”.

“Quelle cose non sono state create per i gay”.

Gli accessori arcobaleno, fa notare, possono “far capire che una persona è gay o che è un ally” ma ci sono altri modi più autentici per esprimere il proprio genere o identità, dal momento che “quelle cose non sono state ‘create’ per i gay”.

L’”estetica queer” non è tanto uno stile preciso, ma più una filosofia di come ci si presenta. Si allontana con orgoglio dai trend convenzionali privilegiando un look che sovverte i canoni che sono ritenuti socialmente gradevoli e accettabili. Adottare uno stile queer vuol dire mandare un segnale discreto alle altre persone queer per far capire che si è parte della stessa comunità.

Sonny Oram, attivista nel campo della moda queer, fondatore dell’incubatore Qwear sottolinea che la moda più alternativa è nata in primo luogo nella comunità queer, in particolare nell’ambiente dei trans neri.

“La moda è una parte molto importante della nostra identità. È il primo momento in cui si afferma: ‘Non sono etero’”.

“La moda è una parte molto importante della nostra identità”, dice Oran a Mashable per telefono. “È il primo momento in cui si afferma: ‘Non sono etero’. Quando vediamo che la società mainstream ci rifiuta o non ci fa sentire benvenuti, tendiamo, credo, naturalmente a gravitare verso certi stili adottati da persone che ci accettano”.

Oram aggiunge che la scelta di certi look che abbracciano una non meglio definita “estetica queer” può essere inconscia, ed è comune fra i giovani scegliere di vestirsi in un certo modo prima di aver individuato la propria sessualità o identità di genere.

“Molto accade a livello inconscio, ad esempio: ‘Qui non mi sento gradito, e allora mi metto questo’”, continua Oram. “Perché mi fa sentire a mio agio senza necessariamente sapere di essere queer”.

La moda come codice segreto

Segnalare in modo velato l’appartenenza alla comunità LGBTQ è parte integrante della storia del movimento queer. Fare coming out o subire un outing involontario è rischioso oggi, ma lo era ancora di più decine di anni fa. Le persone LGBTQ si affidavano a frasi in codice per fare coming out reciprocamente. Espressioni come “la famiglia”, “un membro del club”, o “un amico di Dorothy” erano modi per descrivere sé stessi o altri come gay. La stessa parola “gay” era un’espressione in codice, in origine era usata dalle prostitute per riferirsi alle altre colleghe. È stato il movimento per i diritti degli omosessuali a fare “outing” su questo termine in seguito ai moti di Stonewall del 1969, così ha scritto su Conversation Abigail Saguy, docente di sociologia alla University of California. Gli uomini gay usavano il “codice del fazzoletto” per segnalare le proprie preferenze sessuali, e l’amato moschettone è un segnale visivo universale per le lesbiche.

La dottoressa Sharon P. Holland, presidentessa del dipartimento di American Studies alla University of North Carolina at Chapel Hill, fa ricerca su femminismo, tematiche queer e teoria critica della razza, attingendo alla sua esperienza di donna nera, di genere non conforme. La storia dei segnali si manifesta ancora oggi nel modo in cui si presentano le persone queer.

“Ai tempi in cui c’erano pub e bar che tenevano un basso profilo, un certo colore indicava… che si era attivi o passivi. Ed era più facile trovare un partner,” ha spiegato Holland a Mashable durante una conversazione telefonica. E ha aggiunto che sebbene sia un segnale meno esplicito, anche il modo in cui le persone si vestono oggi può indicare che sono LGBTQ. “Il genere e la sessualità sono diventate uno stile per noi”.

La moda, oltre a essere un’espressione visiva del genere o dell’identità, è allo stesso modo anche un segnale in codice. Ovviamente, nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a presentarsi come “palesemente queer”. Certe persone sono a disagio ad allontanarsi dalla norma, e per molti è anche questione di sicurezza. La stessa “estetica queer”, che normalmente viene accolta come rappresentazione più autentica delle comunità LGBTQ, non è al riparo dalla mercificazione. I jeans con i risvolti e gli orecchini oversize possono anche essere più “queer” di una maglietta arcobaleno con la scritta “Girlboss”, ma si monetizza anche su quei segnali.

In un saggio sulla rivista Off-Kilter, Leyla Moy ha criticato le norme dell’”estetica queer” in base alle quali le donne indossano jeans col risvolto e gli uomini camicie floreali definendole “piccole variazioni accettabili di determinati trend che rappresentano sì un’accettazione sempre più diffusa di chi è apertamente gay e della non conformità di genere, ma soltanto se le aspettative eterosessuali vengono messe in discussione solo in minima parte”.

Harry Styles, ad esempio, è considerato un’icona queer perché sul red carpet sfoggia look esagerati, non conformi al genere. Ha fatto imbestialire i conservatori in un’occasione di cui si è parlato molto, quando, cioè, ha indossato un abito da sera con la gonna e una giacca di Gucci per la copertina del numero di dicembre 2020 di Vogue. La star di TikTok Noah Beck ha posato in calze a rete e eyeliner nero per VMAN a marzo di quest’anno. Nei contenuti promozionali per il lancio del recente singolo di Darren Criss, “I Can’t Dance”, si vede l’artista che indossa un paio di stivali neri col tacco e una giacca verde elettrico.

Con l’aumento di personaggi pubblici famosi che sfidano il dogma delle norme di genere è scattato il dibattito su chi può presentarsi in questo modo. C’è chi ha accusato Styles, Beck e Criss di fare “queerbaiting”, una tattica di marketing che induce i fan a credere erroneamente che un personaggio famoso o immaginario sia LGBTQ per come si veste o interagisce con persone dello stesso sesso. Come nel caso degli accessori arcobaleno del Pride, spesso si tratta di una manovra studiata per ingraziarsi la comunità queer che non si traduce in alcuna azione concreta per rappresentarla o fare qualcosa di positivo.

Complimentarsi con le star cis-etero che scelgono uno stile che devia dalla eteronormatività – o nel caso di pop star come Taylor Swift e Ariana Grande, che allude a relazioni omosessuali – è un ammiccamento vacuo alla comunità LGBTQ, se quelle star non si identificano come queer. Non vuol dire però che sia da rifiutare in toto. Rupi, il compagno di Oram e fashion director di Qwear, sottolinea che nel mondo della moda “è diventato più comune mescolare capi attribuiti normalmente a determinati generi” negli ultimi dieci anni, e che lo stile unisex è molto più diffuso di prima, grazie a una serie di personaggi pubblici che hanno normalizzato il fatto di sfumare il confine fra i generi. Non sarebbe giusto considerare Styles e altri personaggi famosi cis-etero come pionieri, ma la loro disponibilità a giocare con i capi di vestiario tradizionalmente attribuiti a un determinato genere rende più sicuro per le persone LGBTQ occupare lo spazio pubblico.

“Il queer in generale è più accettato in ambienti mainstream e penso che la moda nasca sempre dal mondo queer”.

“Non credo che sia giusto ostacolare chiunque voglia vestirsi in una certa maniera. Per me, rifiutare il modo di vestirsi di qualsiasi persona rappresenta un problema”, dice Rupi, aggiungendo che i fan possono comunque apprezzare i look di Styles, onorando al tempo stesso gli attivisti che lo hanno reso possibile. “Essere queer in generale è più accettato negli ambienti mainstream e io penso che la moda nasca sempre dal mondo queer. Sono state le donne trans nere a creare tutti questi stili diversi”.

Sovvertire le norme

L’estetica queer potrà non essere uno stile personale, ma è una sovversione delle norme eterosessuali.

Holland ricorda che al culmine dell’epidemia dell’Aids usava il bacio come modo per sottolineare la propria diversità. A prescindere dal genere e dall’orientamento sessuale, Holland ha raccontato a Mashable, il suo gruppo di amici uomini cis gay, di donne cis lesbiche, trans o ally etero si salutavano baciandosi sulle labbra. La bellezza di quel gesto era che, racconta, “gli etero si sentivano molto a disagio” perché “non capivano chi o cosa eravamo a quel punto o che cosa rappresentavamo l’uno per l’altra”.

“Anche se non era sicuro per noi fare certe cose pubblicamente, al tempo stesso, ci piaceva mischiare le carte in tavola”, ricorda Holland al telefono. “Andavamo tutti insieme in un locale, o magari a una festa a casa di qualcuno, o ci vedevamo per prendere un caffè, e ci baciavamo tutti”.

Holland racconta che i curiosi erano confusi perché la percezione delle persone LGBTQ era ancora più binaria di quanto non lo sia adesso. Le dimostrazioni di affetto in pubblico sovvertivano questa norma, e mostravano persone chiaramente queer che facevano cose da “etero”.

“Era rassicurante per loro sapere che probabilmente non eravamo etero”, continua Holland.

E anche se oggi l’ambiente è molto più sicuro per le persone queer che vivono apertamente la loro sessualità, i diritti LGBTQ sono minacciati quotidianamente – le donne nere trans hanno creato il movimento LGBTQ ma oggi quelle stesse donne sono vittime di reati di odio in maniera sproporzionata. Anche se le accuse di queerbaiting e gli argomenti contro la mercificazione dell’”estetica queer” sono validi, Holland si meraviglia del fatto che i suoi figli e i loro amici abbiano la possibilità di sperimentare e cercare un proprio stile in sicurezza perché ormai sovvertire l’eteronormatività è considerato normale.

“Appartengo a una generazione più vecchia… e cerco di lasciare liberi i giovani che stanno cercando la propria identità perché penso che in questo modo ognuno possa vivere in modo sano la propria sessualità”, spiega Holland. “Lasciamoli fare”.

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