Moro, scrisse Ossicini, non credette mai a quello che venne connotato come “compromesso storico” sia nella versione berlingueriana, del tutto politica, e ancor meno in quella rodaniana, decisamente teorica

Ricordo tuttora con affetto le parole che mi rivolse Adriano Ossicini. Era appena uscito il mio libro su Aldo Moro e sulle colonne del quotidiano Europa, quel partigiano ch’era stato ministro nel governo di Lamberto Dini, si spinse ad analizzare l’azione morotea rispetto agli obiettivi del Partito Democratico che nel contesto politico di quel 2007 costituiva di fatto una novità.

Moro, scrisse Ossicini, non credette mai a quello che venne connotato come “compromesso storico” sia nella versione berlingueriana, del tutto politica, e ancor meno in quella rodaniana, decisamente teorica. Moro credeva fermamente al

bisogno di un dialogo tra la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista, che presupponesse una pausa nella situazione drammatica per arrivare poi ad un’alternativa democratica. Ripeté la stessa cosa in un noto colloquio, a me, dopo che, avendo fatto io le stesse affermazioni, ero stato, dalla mia parte, duramente contestato. Certo, grandi tradizioni politiche hanno attraversato il nostro Paese.

Non c’è dubbio che quel solidarismo cristiano che partiva da Rosmini, dal cattolicesimo risorgimentale e, attraverso le esperienze di Murri, di Buonaiuti, di Sturzo, del popolarismo, ai livelli teorici di Francesco Luigi Ferrari, di De Gasperi, fino a Felice Balbo, può ancora essere vitale e può incontrarsi con un altro solidarismo che, partendo dalle denunce storiche di Marx ha, in differenti forme, ma nella sostanza, contestato i rischi di una società dominata dalla leggi del mercato.

Proprio nell’attuale società che soffre di una drammatica crisi di valori e spesso di un incontrollato dominio delle leggi del profitto, un incontro tra certe esperienze storiche e politiche è possibile. Ma perché questo incontro non si presti ad un’operazione confusa e di puro assembramento di forze politiche, occorre dire che non può verificarsi con forze non solo conservatrici, ma neanche fondate sul liberismo o su storiche tesi radicali. Altrimenti, non solo la lezione di Moro non sarà servita, ma neanche una coraggiosa analisi della crisi dei partiti.