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László Almásy, l’incredibile storia del “paziente inglese”

Roma, 29 mag – E’ il primo trentennio del Novecento e l’epopea delle esplorazioni terrestri può dirsi conclusa. Toccati, in ultimo, i poli Nord e Sud, una sola incognita resta sulle mappe cartografiche: i territori compresi fra Libia, Egitto e Sudan. Qui, il principe d’Egitto Kemal el-Din Hussein scopriva un altopiano di 200 chilometri di sabbia, canyon e roccia rossa, il Gilf Kebir, anche detto Grande Mare di Sabbia. Nel 1931, partiva col geologo Ardito Desio e lo zoologo Ludovico di Caporiacco, la “Missione Scientifica della Reale Accademia d’Italia a Cufra”, ed uno smilzo ungherese vi si accodava. Era il Conte László Almásy. Accompagnava Caporiacco quando furono trovate le pitture di Ain Dòua, rinvenimento che l’italiano telegrafava a Bengasi così: “scoperta sensazionale dell’esploratore Almásy” – salvo poi pentirsi e reclamarne l’intera paternità. Nasceva, lo stesso anno, il Zerzura Club, associazione britannica capace di raccogliere tutta la fascinazione per la città perduta di cui diceva un manoscritto del XV secolo, Il libro delle perle nascoste. Non si sa se anche la spedizione geografica italiana andasse dietro a quel mito, però è certo che Almásy avesse letto quel libro e che lui stesso fosse caduto sotto l’incantesimo del deserto.

László Almásy, “Il paziente inglese”

Il titolo di Conte che ancora accompagna la sua figura trae in inganno. Non aveva sangue blu. Aveva partecipato come aviatore alla Prima Guerra Mondiale qualificandosi come asso del biplano fra le fila austro-ungariche, prima sul fronte russo, poi su quello italiano. Duro a morire della monarchia, s’era adoperato per la sua restaurazione in Ungheria. Era stato l’Imperatore Carlo d’Asburgo che, scambiandolo per un Almásy del ramo nobile, gli si era rivolto dandogli del Conte, durante una cena. “Teddy” per gli amici anglofoni, László Almásy, da quel giorno, si era fregiato del titolo nobiliare. Con una coppia di professori dell’Università di Francoforte, tali Frobenius e Rhetert, fra il ’32 e il ’33, decide di tornare sulle pitture scoperte con gli italiani.

Avventuratosi da solo verso le propaggini dell’altopiano del Gilf Kebir, in una caverna celata dentro un’insenatura, trova ad attenderlo il ciclo di pitture rupestri detto “dei nuotatori”. Sono quelle citate nel romanzo e nel film Il Paziente Inglese, ad Almásy ispirato ma biograficamente molto poco fedele. Non soddisfatto della scoperta, decolla a bordo del suo biplano da ricognizione e si spinge nelle profondità desertiche fino a che il carburante può permetterglielo, tornando al campo base con una scoperta che è abbastanza saggio da non rivelare a nessuno. Non solo, grazie alle pitture dei nuotatori, può confermare, in quei luoghi aridissimi, l’arcaica presenza della civiltà di cui Il libro delle perle raccontava, ma dall’aereo ha intravisto un’oasi, quella su cui – è certo – sorgeva Zerzura. Il Conte allora moltiplica i suoi viaggi nel Grande Mare di Sabbia. Va e viene. Dai nomadi del deserto si guadagna l’appellativo di “Abu Ramla” (“Padre delle Sabbie”), il che non stona per un uomo che – si è calcolato – avrebbe esplorato complessivamente 2 milioni di chilometri quadrati di Sahara.

Non è ricco, ha bisogno di continue sovvenzioni e fondi, così dal governo egiziano ottiene l’incarico per la mappatura cartografica di aree ufficialmente sconosciute, mentre, per alzare qualche sterlina in più, offre il suo servizio di guida turistica privata, su jeep o su biplano. Nei periodi di riposo si crogiola, di giorno, alla compagnia dei gentlemen di stanza al Cairo, e nell’intimità della notte non sa rinunciare ad amanti dal nobile lignaggio egizio. Sono anni in cui la ricerca geo-archeologica non è più la sola motivazione all’esplorazione. Da una parte, è nato un flusso turistico di ricconi annoiati dalla vita occidentale, la cui attenzione lo stesso Almásy ha acchiappato col suo best-seller “Sahara sconosciuto”. Dall’altra, su quelle regioni d’Africa, vanno crescendo forti interessi militari, in vista di una guerra che è nell’aria. Nella sua caccia a Zerzura, l’esploratore scopre un passaggio che taglia l’altopiano del Gilf Kebir, fra Libia ed Egitto.

Cattura – o sarebbe meglio dire impallina – un esemplare di culbianco, uccelletto che, prima di cucinarsi per cena, uno dei beduini al seguito della spedizione chiama con la parola “Zarzur”. E un nomade dell’oasi di Kufra, gli racconta come, fino a poco tempo prima, quella vallata fosse abitata dalle tribù Tebus, che vi allevavano cammelli grazie a una sorgente di acqua. E’ l’informazione che il Conte attende per confermare d’aver individuato quel lembo di terra sotto cui si nasconde la città perduta che la tradizione riferisce “bianca come una colomba”. Stavolta László non può tenerlo per sé, offre giri di champagne e lo racconta a tutti. La notizia si diffonde, montano gli entusiasmi e la celebrità dell’Indiana Jones ungherese raggiunge l’Europa e pure l’America. Ma si fa l’anno 1939 e scoppia la guerra. Il cosmopolita gruppo di accademici, avventurieri, turisti, esploratori che la sera s’incontrano ai tavoli degli hotel del Cairo si disgrega in pochi giorni. L’Egitto è protettorato britannico e, trattandosi Almásy di cittadino di una nazione alleata di Hitler, il Conte viene più o meno cordialmente rispedito in terra natìa. Sul grande ciclo delle esplorazioni cala il sipario e quando, sei anni più tardi, si riaprirà, le priorità, gli uomini, i metodi, saranno altri, lo spirito romantico delle prime spedizioni del tutto perduto. Zerzura resterà come l’Atlantide dei deserti.

Esperienze e conoscenze del mondo

Dalla sua, Almásy ha un bagaglio di mappe e di esperienza sul territorio incomparabili, ed è l’unico a conoscere il prezioso passaggio che, tagliando il Gilf Kebir, accorcia la via dalla Libia italiana all’Egitto britannico. Si offre per aiutare il Regio Esercito, che proprio nel cuore del protettorato inglese vuol arrivare. Però, Rodolfo Graziani – Generale di corpo d’armata il cui senso tattico fa guidare le manovre belliche da una tomba distante centinaia di chilometri dalla linea del fronte – rifiuta la collaborazione. I tedeschi, invece, lo contattano di rientro a Budapest offrendogli il lavoro che cerca.

Il Nostro non se lo fa dire due volte. S’infila i suoi bermuda color sabbia e torna sul campo, scrive manuali di sopravvivenza per gli uomini dell’Afrikakorps, ridisegna mappe, e quando ancora le truppe dell’Asse hanno buone possibilità di vittoria in Nordafrica, i servizi di intelligence tedesca gli affidano un’audace missione: infiltrare due agenti al Cairo, in vista dell’imminente conquista. Rommel nutre così tanta fiducia in lui da dargli carta bianca per pianificare quella che in codice chiamano “Operazione Salam”. Percorsi, andata e ritorno fra le sabbie, un totale di 6000 chilometri, la missione va a buon fine. E il successo gli vale l’assegnazione della Croce di Ferro di Prima e di Seconda Classe ed anche la promozione al grado di Maggiore della Luftwaffe. Rimane con Rommel, in tempo per piangere la morte dell’ufficiale della Wehrmacht Hans Entholt, suo amante, e per constatare il collasso dell’intero fronte nordafricano. Si mette in salvo volando in Ungheria. L’uomo che aiutava la croce uncinata a estendere il dominio sul continente africano e che aveva dato alle stampe il libro “Con Rommel in Africa”, fa una scelta controtendenza. Le ricerche dello storico e geografo Janos Kubassek, direttore del Museo Geografico Ungherese, documentano, infatti, un capitolo della sua vita che finora era del tutto ignorato: quello di un Almásy che, rientrato in patria, si adopera per salvare i perseguitati dal regime, nascondendoli in casa e procurando loro documenti falsi.

Nell’Aprile 1945, poco dopo che l’Armata Rossa ha messo piede a nella capitale d’Ungheria, l’NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni) gli bussa alla porta di casa. Il ricercato adesso è lui, e nessuno lo aiuterà. L’accusa è di essersi adoperato per i tedeschi, a cui si aggiunge quella di “propaganda fascista” per aver, da quella esperienza, tirato perfino fuori un buon libro. Come tutte le cause legali al termine d’una guerra, uscirne è una lotteria, ma Almásy ce la fa a dimostrarsi innocente. Le condizioni cui i sovietici sottopongono i prigionieri non sono da resort, e quando il Conte lascia il campo in cui l’avevano internato, per lo scorbuto ha perduto tutti i denti e la salute non è più la stessa. I guai non finiscono, dal momento che ora è il turno della polizia ungherese di arrestarlo e incarcerarlo. L’accusa è l’ordine del giorno nei regimi comunisti: “nemico del popolo”. Ma lui, per la seconda volta, ce la fa.

L’ultima impresa che gli riesce è quella di trasvolare da Parigi al Cairo in aliante, senza però trovare i resti dell’esercito di re Cambise, progetto che non farà in tempo a concretizzare. Muore nel 1951, di dissenteria, paziente di un ospedale di Salisburgo: dipartita dietro cui si ipotizza la longa manus dei servizi segreti. Esploratore gentleman, asso del biplano, avventuriero opportunista, dandy omosessuale, spia, falsario, sognatore, Conte per errore. Tutto ciò fu la cometa di László Almásy. “Nazista ma almeno sportivo” – lo ricordavano i vecchi amici al Zerzura Club.

Alessandro Staderini Busà

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