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Lanzi: «È necessario separare le funzioni, anche dentro i Consigli giudiziari»

«Quanto accaduto a Verbania, stando ai resoconti della stampa, mi sembra un pasticcio. Ma se c’è una lezione è che appare quanto mai opportuna la rigida separazione delle funzioni». A dirlo è Alessio Lanzi, membro laico del Consiglio superiore della magistratura, che rilancia, inoltre, l’opportunità della presenza di avvocati e professori universitari anche nelle riunioni “ristrette” dei Consigli giudiziari. Dove la suddetta separazione deve realizzarsi in maniera netta: «Siano i giudici a votare le valutazioni di professionalità dei giudici, i pm lo facciano per i pm: gli uni non giudichino gli altri».

Professore, la vicenda di Verbania – con le presunte pressioni per far sostituire la gip che ha scarcerato gli indagati – è emblematica. Che idea si è fatto?

Fermo restando che parliamo di cose apprese dagli organi di stampa, mi sembra stia venendo fuori un pasticcio. La vicenda rilancia la forte opportunità della rigida separazione delle funzioni. Già la reazione da parte del procuratore della Repubblica locale al provvedimento della gip è qualcosa che un difensore non avrebbe mai avuto. In un processo di parti, dove il giudice è terzo e indipendente e le parti si muovono con pari dignità e pari rilievo, questo denota che in effetti, come sostengo da tempo, tale parità non c’è. C’è sempre questo spirito di contiguità e colleganza paritetica tra pubblico ministero e giudice, per cui il pubblico ministero si trova indispettito qualora il giudice non gli vada dietro. Questo è la conclusione che traggo dalla vicenda.

La Camera penale di Torino ha contestato l’atteggiamento tenuto dal procuratore generale in Consiglio giudiziario, denunciando un intervento affinché il parere da inviare al Csm fosse integrato con la sua posizione, il tutto pur essendo parte in causa. Ciò come si concilia con le obiezioni di chi ritiene che siano gli avvocati a “condizionare” i Consigli giudiziari?

Non so se il procuratore generale abbia realmente preso delle posizioni e abbia interferito. Ma anche questo in un clima ottimale di rigida separazione delle funzioni non sarebbe possibile. Si parla da tempo della separazione delle carriere, ma questo implicherebbe anche una riforma costituzionale e sarebbe forse anche un problema, dati i tempi, ma viceversa, allo stato, ci potremmo anche accontentare di una rigida separazione delle funzioni. Anche perché questo sarebbe in linea con il principio costituzionale dell’articolo 107, secondo cui i magistrati si differenziano tra loro solo per funzioni.

Nello specifico, ritiene che ci siano state delle anomalie nella gestione del fascicolo?

La vicenda si inserisce eventualmente nella prospettiva delle cosiddette regole tabellari. La settima commissione del Csm dispone, con norma regolamentare e non con legge, quale debba essere, presso i singoli uffici giudiziari, l’avvicendamento dei giudici e dei pm. Qui ci sarebbe stata una violazione tabellare, ma per se stessa non determina assolutamente una ricaduta di carattere processuale. La violazione tabellare non incide sulla corretta composizione del giudice in una prospettiva costituzionale. La norma costituzionale di riferimento è l’articolo 25, secondo cui nessuno può essere sottratto al giudice naturale precostituito per legge. E nel caso di specie è il gip di Verbania. Poi le regole tabellari hanno rilevanza rispetto a dinamiche interne, di locale attribuzione dei singoli compiti. La cosa potrebbe eventualmente avere un risvolto disciplinare e quindi bisogna vedere se e in che misura c’è. Ma l’azione disciplinare viene promossa dal procuratore generale della Cassazione o dal ministro della Giustizia.

La violazione tabellare, secondo quanto emerge, era però prassi diffusa per venire incontro alle esigenze e alle necessità dell’ufficio sovraccaricato di lavoro. Cosa più strana, invece, è che un gip ormai radicato nel procedimento venga sostituito. La tabella vale all’inizio, caso mai, ma in corso di esercizio della giurisdizione una revoca non mi pare coerente con il sistema. Tante volte, per andare incontro alle esigenze degli uffici, ci sono prassi locali. L’ossequio alla tabella non è così rigido, perché non è una legge primaria.

La separazione delle funzioni è uno dei punti del referendum dei Radicali. Lei è dunque d’accordo con questa iniziativa?

Sì e credo che questo episodio rappresenti uno spunto utile alla discussione. Poi, per quanto concerne le tematiche dei gip assegnatari, vorrei solo ricordare che nel periodo di Tangentopoli ne abbiamo viste parecchie di situazioni in cui venivano cambiati i gip in relazione alle richieste dei pubblici ministeri.

Cosa ne pensa del ruolo degli avvocati nei Consigli giudiziari?

Questa è un’annosa questione. La partecipazione degli avvocati alle sedute di carattere ristretto, soprattutto quelle che riguardano i pareri di qualità professionale, dipende dai singoli Consigli giudiziari, ma non sempre è ammesso il cosiddetto diritto di tribuna. Io sono sempre stato ampiamente favorevole, questo è anche uno dei punti previsti dalla riforma, ma il Csm ha espresso a maggioranza un parere negativo su tale partecipazione, con voto negativo di tutti i laici, compreso il mio. C’è una grande resistenza da parte di parecchi magistrati a un libero accesso, quantomeno come diritto di tribuna, degli avvocati e questo penso non sia assolutamente corretto. Non si capisce perché i pm forniscano i giudizi sull’attività dei giudici e gli avvocati non possano nemmeno stare a sentire queste cose. L’articolo 111 della Costituzione deve valere sempre.

Il Pd ha recentemente proposto di prevedere il diritto di intervento e anche di voto. Si giungerà ad una sintesi?

Io sono assolutamente favorevole alla presenza, ma non sul voto. E non solo per gli avvocati: nemmeno i pm dovrebbero avere voce in capitolo sui giudici. Il voto degli avvocati sulle qualità professionali dei giudici mi ha sempre lasciato perplesso, perché questo può provocare inimicizie, captatio benevolentiae… Pensiamo a dei distretti di Corte d’appello piccoli, dove l’avvocato si trova spesso a confronto con un singolo magistrato: è chiaro che un parere negativo o positivo possa condizionare. Ma non si dovrebbe impedire la partecipazione, perché è chiaro che bisogna vedere cosa succede. Detto ciò, a votare i giudici devono essere i giudici, i pm dovrebbero esprimersi sui pm. Solo così si realizzerebbe la separazione reale delle funzioni.

Che peso avrebbero in questo modo gli avvocati?

I togati sono la maggioranza e tutto sommato non è neanche sbagliato. Però i laici hanno un importante ruolo perché rappresentano parte dell’andamento processuale, dell’amministrazione della giustizia. La maggioranza dei togati del Csm, nell’esprimere un parere negativo al fatto che i laici partecipino ai consigli giudiziari ristretti, ha detto che i laici del Csm sono diversi, in quanto hanno l’obbligo costituzionale di cancellarsi dall’albo degli avvocati. Il paragone non è coerente, perché al Csm anche i togati sono fuori ruolo e poi mentre i laici dei consigli giudiziari rappresentano gli avvocati e i professori del distretto, i laici del Csm rappresentano la comunità civile, per evitare che il Consiglio diventi la fotocopia dell’Anm. E dato che il bene tutelato dall’attività del Csm è il corretto esercizio della giustizia, è importante che la società civile sia dentro, e c’è dentro con i componenti laici, che sono designati dal Parlamento.

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