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La vita delle persone queer non è un’opinione e trascende il Concordato

La Chiesa fa appello al Concordato, rivisto nell’84 ma di origine littoria, per minare il percorso verso la trasformazione in legge del DDL Zan, che propone invece una difesa legale contro omofobia, transfobia, misoginia e abilismo, punendo chi istiga alla violenza.

Lo stesso DDL Zan, dal nome del deputato Alessandro Zan, è però accusato in continuazione di minacciare il “libero pensiero” dalle destre (che oggi, Tajani in testa, ripartono con la stessa lagna) e dagli intellettuali del Family Day. Finalmente è stato calendarizzato per esser discusso in senato (ma senza una data), dopo aver passato il vaglio della Camera e dopo mesi di ristagno. È sopravvissuto all’ostinato senatore leghista Andrea Ostellari, nemesi del Fedez attivista gay. Sopravviverà al Vaticano? Nel mentre, la comunità lgbtq, che all’inizio non era molto convinta di quei pochi strumenti offerti dal DDL, si irrita a ragione, ora che nemmeno quel poco rischia di passare.

La nota che chiede la modifica al disegno di legge, ritenendolo una violazione del Concordato, è stata consegnata in quello che doveva essere un gran segreto all’ambasciata italiana presso la Santa Sede dal segretario vaticano monsignor Paul Richard Gallagher.

La motivazione è la stessa delle destre: il DDL Zan è un attentato alla “libertà di pensiero” dei fedeli. Libertà, insomma, di poter dire quello che pensano della comunità lgbtq, e non sono belle parole. Ma anche libertà di negarle la dignità e gli strumenti per difendersi: che è un po’ come negarne il diritto a esistere.

La vita di una persona, però, che sia omosessuale o trans o non binaria, non è un’opinione. Così come non lo sono i suoi diritti. Che dovrebbero essere rispettati a priori. Le persone queer e la comunità lgbtq non devono infatti giustificare agli altri la propria esistenza per motivare che sono reali. Non lo fanno più da un pezzo. Ma devono avere gli strumenti legali per difendersi da chi invece sostiene il contrario.

Il richiamo alla “libertà di pensiero” delle destre omofobe si legge come il desiderio di ricacciare nell’ombra la forza e la sicurezza della comunità lgbtq (il primo Pride, ricordiamolo, fu una rivolta). Ma i tempi sono cambiati e a nessuno va più giù di concedere, anche solo una volta allo stupido di turno, la possibilità di vivere in una bolla queer-free per non turbare la sua sensibilità. Anche perché è paradossale: alla Chiesa la libertà di non rispettare le persone queer, alle persone queer il nulla. Come è possibile che per non insultare una religione bisogni mancare di rispetto a se stessi?

La Chiesa, appellandosi al Concordato, fa riferimento in particolare alla mancanza di un’esenzione per le scuole cattoliche dalla partecipazione alla Giornata nazionale contro l’omofobia. È logico: se gli omosessuali non esistono, non esiste nemmeno la violenza che ricevono. Non esistono le vite spezzate, le coppie uccise e malmenate, i figli trucidati dai parenti, i suicidi da sempre superiori nella gioventù lgbtq rispetto a quella etero. L’omotransfobia non esiste.

La libertà di pensiero a cui si appellano i cattolici intransigenti è a ben vedere mancanza di libertà per tutti gli altri.

Ma l’esistenza della comunità lgbtq non è una questione di libertà di pensiero. Che il DDL Zan del resto non intacca. Punire la violenza contro chi viene vituperato in continuazione non toglie diritti. È sacrosanto. È laico. E perciò trascende qualsiasi Concordato.

Credit foto: Mercedes Mehling da Unsplash

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