L’ala estremista di Pechino minaccia Seul che si è appena unita all’hub dell’Alleanza atlantica nel quinto dominio: “Se imbocca la strada per diventare ostile verso i suoi vicini, la fine di questo percorso potrebbe essere l’Ucraina”. Tuttavia, gli ultimi movimenti nell’Indo-Pacifico rendono simili avvertimenti sempre meno efficaci

“Se la Corea del Sud imbocca la strada per diventare ostile verso i suoi vicini, la fine di questo percorso potrebbe essere l’Ucraina”. È una minaccia, quella di Hu Xijin, già direttore oggi commentatore del Global Times, tabloid in lingua inglese della propaganda del Partito comunista cinese.

A far levare una delle voci più estremiste della Cina, che in passato aveva proposto l’immunità per i poliziotti che hanno sparato contro i manifestanti pro-democrazia a Hong Kong, è stato un lancio dell’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap: la principale agenzia d’intelligence sudcoreana è stata formalmente ammessa nel Nato Cooperative Cyber Defense Center of Excellence con sede a Tallinn, in Estonia, e rappresenterà la Corea del Sud nelle attività di formazione e ricerca del centro. “Intendiamo rafforzare le nostre capacità di risposta cibernetica per portarle a un livello di eccellenza mondiale, aumentando il numero del nostro personale inviato al centro ed espandendo la portata dell’addestramento congiunto”, ha comunicato il National Intelligence Service.

Il centro è stato istituito nel 2008 in risposta a un cyber-attacco russo che ha paralizzato le reti statali dell’Estonia. Con l’ingresso della Corea del Sud sono 32 i Paesi coinvolti, di cui 27 sono membri della Nato. Gli altri cinque sono, oltre alla Corea del Sud: l’Austria, primo Paese non Nato a partecipare ai lavori, la Svizzera, la Svezia e la Finlandia (quest’ultimi due si stanno avvicinando sempre più all’ingresso nella Nato dopo l’invasione russa dell’Ucraina).

La reazione di Hu Xijin dà il polso dell’ala più estremista del Partito comunista cinese che vede la Corea del Sud diventare un partner del centro cyber della Nato proprio in una fase in cui: l’Alleanza atlantica sta guardando verso l’Indo-Pacifico; la Corea del Sud con il presidente Moon Jae-in sta guardando al Sud-Est asiatico per accelerare i tentativi di diversificare l’economia e di ridurre l’eccessiva dipendenza economica dalla Cina; la guerra in Ucraina e l’assertività di Pechino stanno accelerando uno scontro tra modelli, democrazie da una parte e autocrazie dall’altra; in questo scontro il multilateralismo del presidente statunitense Joe Biden fa di alleati e partner elemento fondamentale del fronte democratico; la Corea del Sud si sta sempre più avvicinando agli Stati Uniti e allontanando dalla Cina spinta anche dalla propria popolazione sempre più allarmata dall’imperialismo e dal regime illiberale di Pechino.

Così, pensando alle minacce di Hu Xijin, la Corea del Sud sembra anche attrezzata per affrontare un nuovo boicottaggio cinese. Con l’ultimo, non ufficiale, il Partito comunista cinese aveva spinto i consumatori cinesi a prendere di mira gli interessi economici coreani con danni esponenziali stimati dallo Hyundai Research Institute in 7,5 miliardi di dollari nel solo 2017 dopo dopo l’attivazione di alcune batterie del sistema antimissilistico Terminal High-Altitude Area Defense (Thaad) installate in Corea del Sud nell’estate 2016 con l’approvazione dell’amministrazione precedente guidata dalla conservatrice Park Geun-hye. “A distanza di quasi sei anni la vicenda continua a generare strascichi economici e diplomatici, perché Seoul non ha ceduto alle pressioni cinesi e non ha rimosso il Thaad”, scriveva poche settimane fa Francesca Frassineti dell’Ispi. Anche per questo, oggi le minacce di Pechino spaventano un po’ meno Seul.