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«Io, giornalista curda, vi racconto l’orrore delle celle di Erdogan»

«Non capisco perché veniamo gettati in prigione. Ne usciamo ancora più forti». Sembrerebbe in prima lettura un irriducibile controsenso, specialmente se la prigione in questione è il carcere turco di Diyarbakir, luogo di persecuzione e indicibile tormento per i curdi. Ma dal tormento nasce la resistenza, dalla reclusione i germi di un’indifferibile evasione. “Prigione n. 5” (Becco Giallo Editore) è il graphic novel – realizzato in modo significativamente rocambolesco – con cui l’attivista, artista (le sue opere sono esposte al Peace Forum di Basilea, al Drawning Center di New York, alla Tate Modern di Londra e al Museo di Santa Giulia di Brescia) e giornalista curda Zehra Dogan racconta i suoi anni da reclusa. Per invitare a non ignorare il grido di autonomia di un intero popolo.

Dogan, per quale motivo è stata condannata dalle autorità turche?

Fra il 2015 e il 2016, nel Sud- est della Turchia, il popolo curdo, che ha aspettato invano per anni che il governo turco ne riconoscesse l’autonomia, ha rivendicato zone di autogoverno e resistenza a Nusaybin e altre città curde. Io mi trovavo lì come giornalista, al fine di dare copertura a quegli eventi. Sono stata arrestata per aver raffigurato la distruzione di Nusaybin in un disegno e condannata a tre anni di carcere.

Cosa ha significato per lei scrivere e disegnare questo graphic novel e in che modo è avvenuta la sua realizzazione?

Poiché dentro il carcere era molto difficile disporre di materiale artistico, ho chiesto a una mia amica, Naz Öke, di inviarmi delle lettere che recassero uno spazio vuoto sul retro in modo da potervi disegnare. Da quando ero piccola, ho avuto modo di vedere film e foto sul carcere di Diyarbakir e leggere libri sull’argomento, ma viverci è un’esperienza del tutto diversa. Solo una volta dentro, ho potuto raccontare attraverso questo mio lavoro come in realtà si svolgesse la vita in quel carcere.

Cosa rappresenta la Prigione n. 5?

La Prigione n. 5 costituisce per i curdi quello che la prigione di Saigon rappresenta per i vietnamiti o le carceri guatemalteche per i sudamericani. Non a caso, negli anni Ottanta i carcerati curdi, per sentirsi pronti, leggevano libri sul carcere di Saigon, ma non si aspettavano certo che il governo turco potesse andare ben oltre in quanto a violenza ed efferatezze. Perciò, il carcere di Dyarbakir è diventato anche un luogo simbolico della resistenza curda.

Cosa simboleggia il 14 luglio 1981 per la coscienza del popolo curdo?

Il 14 luglio 1981 rappresenta l’inizio della resistenza del popolo curdo. In quel giorno, il governo turco ha scelto di costruire delle carceri come fossero scuole atte a rieducare e assimilare i rivoluzionari curdi attraverso torture e violenze di ogni sorta. Da tutto ciò, da questa situazione insostenibile, è scaturita la resistenza.

Dal mese di luglio del 2016 è avvenuta una stretta sui diritti civili da parte del governo di Erdogan. Recentemente ha registrato un miglioramento al riguardo o la situazione è rimasta invariata?

Prima del 2016, il governo di Erdogan seguiva una linea politica moderata. Dopo quell’anno ha cambiato completamente direzione, accentuando i suoi caratteri più marcatamente violenti, razzisti, sessisti e nazionalisti. La situazione, per gli oppositori, è progressivamente peggiorata e a tutt’oggi non si registrano miglioramenti.

Anche i bambini non vengono risparmiati dalle prigioni turche?

Quasi mille bambini stanno crescendo oggi in prigione e non hanno alcuna idea di cosa accada all’esterno. Non hanno accesso a un’educazione scolastica e attendono unicamente che arrivi il momento in cui i loro genitori usciranno dal carcere per poterli seguire. Il vero problema, tuttavia, riguarda i bambini che vivono fuori di prigione. In un sistema educativo islamista e sessista come quello turco, è molto difficile che il loro destino possa migliorare.

Lei scrive: «Nei settori le donne erano più combattive degli uomini. Non hanno mai ceduto alle torture». Cosa deve imparare il resto del mondo delle donne curde?

Le donne curde non vivono in Paesi democratici ma si trovano in una zona geografica contesa. Nelle strette maglie di un contesto aspro e proibitivo cercano di costruire un sistema ecologico, femminista e basato sulla parità di genere, tentando di contrastare l’egemonia internazionale di Stati molto potenti. Non è un’impresa facile.

Cosa chiede oggi il popolo turco?

La richiesta del popolo curdo è molto semplice: non chiede uno Stato, ma semplicemente di avere una propria autonomia, di poter decidere liberamente del proprio territorio e costruire un percorso ecologista, che rispetti la parità di genere. Non è vero – come divulga il governo turco – che esso porta avanti una campagna terroristica che mira alla divisione. In realtà, chi esercita davvero il terrore non è il popolo curdo quanto lo Stato turco, che divide, crea confini e genera terrorismo. L’Europa deve aver presente in maniera chiara una cosa: il popolo curdo non chiede uno Stato ma solo la propria autonomia. È questa la vera richiesta del popolo curdo.

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