in-vietnam-i-militari-fanno-propaganda-su-facebook-(che-lascia-fare)

In Vietnam i militari fanno propaganda su Facebook (che lascia fare)

Combattere la battaglia politica contro il dissenso su Facebook grazie all’esercito: succede in Vietnam, che è una repubblica tutt’altro che democratica e libera.

La premessa d’obbligo è che il governo vietnamita non può rinunciare a Facebook, che conta circa 70 milioni di utenti attivi nel paese, poiché al contrario della vicina Cina, non ci sono né la forza né le risorse per andare oltre il social di Mark Zuckerberg e creare una alternativa locale.

Facebook è la principale piattaforma nazionale per l’ecommerce, ma questo fa sì che anche la compagnia californiana abbia poca voglia di dire addio al Paese, visto che frutta entrate per circa 1 miliardo di dollari annuali.

How #Vietnam‘s ‘influencer’ army wages information warfare on #Facebook. In the country, where the state is fighting a fierce online battle against political dissent, social media “#influencers” are more likely to be soldiers than celebrities.#politics https://t.co/UbBi9ThI6L

— Aldo Agostinelli (@AgostinelliAldo) July 9, 2021

L’importanza di Facebook e dei militari in Vietnam

La centralità assunta, quindi, ha trasformato al contempo Facebook nel bersaglio dei cittadini che condividono notizie, immagini e video per testimoniare errori e storture del Partito Comunista che detiene il potere dal 1945. Una abitudine che ha generato la pronta, costante e asfissiante risposta da parte del governo vietnamita, nel rimuovere i contenuti non in linea con i dettami dello Stato.

Il meccanismo è diventato nel corso del tempo sistema, perché i vertici del paese hanno ‘ingaggiato’ personale specifico adibito a setacciare i post anti-governativi su Facebook, guidato da alcune delle più importanti figure militari vietnamiti, ritenuti più fedeli e meno costose di altre figure.

All’interno dell’esercito è stata organizzata un’unità chiamata anche a rovesciare il flusso informativo sull’operato governativo, tramite la creazione di centinaia di gruppi e pagine favorevoli alla politica statale. In sostanza, una propaganda senza soluzione di continuità realizzata da collettivi che nella denominazione spaziano da ‘Amo la Repubblica socialista del Vietnam” a ‘Vietnam nel mio cuore’ e ‘Voce della patria’.

In Vietnam, where the state is fighting a fierce online battle against political dissent, social media “influencers” are more likely to be soldiers than celebrities https://t.co/UbiBU3ozIc

— The Hindu (@the_hindu) July 9, 2021

Una delle reti più sofisticate in Asia

Il fulcro della lotta su Facebook passa in modo particolare dall’esercito informatico noto come Force 47 che, secondo un’inchiesta di Reuters sui media vietnamiti, è l’apice della struttura propagandistica: gestisce i profili attivati e produce migliaia di articoli a sostegno del governo. Per diversi esperti social che si sono interessati alla questione, Force 47 è una delle reti più grandi, sofisticate e influenti dell’intero Sud-Est asiatico.

Facebook nei giorni scorsi ha dichiarato di aver rimosso il gruppo E47, che segnalava i post contrari alla condotta statale per depennarli dalla piattaforma, insieme ad altri account sospettati di coordinare segnalazioni di massa dei contenuti. La maggior parte degli account che fanno capo a Force 47 restano, però, attivi, poiché non violano le policy di Facebook, almeno secondo il portavoce che si è occupato del caso.

Con il partito comunista che continua a mantenere uno stretto controllo su tutti i media del paese, per i ribelli non è facile trovare vie fertili per far filtrare quanto accade nella realtà quotidiana. Come ogni regime che non accetta voci contrarie né piattaforme che non scendono a compromessi (si ricordino i recenti casi di India e Nigeria con Twitter), in Vietnam lo scorso anno la connessione a Facebook è stata rallentata finché la società non ha accettato di stringere le maglie sui contenuti politici pubblicati dai cittadini vietnamiti.

La libertà negata a giornalisti, blogger e attivisti

A rimetterci sono stati gli attivisti più presenti su Facebook, come Le Van Dung, arrestato dopo un mese vissuto in fuga (rischia una pena di 20 anni per aver inflitto un articolo del codice penale del paese, poiché ha conservato e diffuso informazioni e materiali con l’obiettivo di opporsi allo stato). Anche per giornalisti e blogger colpevoli di “propaganda anti-stato” si sono aperte le porte del carcere, con pesanti condanne a pendere sul loro capo.

Pochi e imprecisati sono i dettagli circa la composizione della Force 47 che, secondo il generale Nguyen Trong Nghia (passato nel frattempo a dirigere il ministero dell’informazione, che è il più importante braccio propagandistico del governo), nel 2017 contava su più di 10 mila membri.

Lo scorso marzo si sono svolte le celebrazioni per il quinto anno della nascita dell’unità, che su Facebook hanno registrato oltre 300 mila seguaci, ma il sistema non si ferma al più popolare social network. Il presidio continuo passa pure da YouTube e Twitter e dal moltiplicarsi di indirizzi email anonimi di Gmail e Yahoo, che sono buone soluzioni per diffondere sul web notizie pro-governative.

A fugitive independent journalist was arrested in #Vietnam after month on the run. A rarely used nation-wide special warrant was issued for Le Van Dung, who had a TV program via Facebook. He’d been covering the sensitive issue of land confiscations. https://t.co/xZjk58ubLb

— Zachary Abuza (@ZachAbuza) July 2, 2021

Facebook scende a patti con i regimi dittatoriali

Non provare a fermare una macchina del genere significa, sul medio e lungo periodo, consentire alla stessa di creare una realtà che porta le persone a mantenere il silenzio per l’insicurezza circa le conseguenze della pubblicazione o condivisione di contenuti contrari a quelli ben visti dalle forze governative. Raccontando un mondo che esiste solo per chi ci crede.

Certo, bisogna considerare pure che per Facebook e Twitter non sia semplice operare in paesi in cui vige un regime dittatoriale, però il moltiplicarsi di situazioni pressoché identiche – come successo negli ultimi mesi in Nigeria, Filippine e Cambogia, oltre alle prolungate schermaglie che le due società hanno avuto con l’ex presidente statunitense Donald Trump e i casi più datati di Turchia, Turkeminstan, Pakistan e India – non lascia presagire l’arrivo di soluzioni efficaci per fornire uno spazio di libertà laddove ce n’è maggior bisogno.

Foto principale: Reuters

Potrebbe interessarti:

Facebook sa in che modo è stato usato per l’assalto al Congresso, ma non vuole che lo sappiano i dipendenti

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *