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In questo bar giapponese entri solo se sei uno scrittore in ritardo sulle consegne

Sembra una trovata da film commedia à la Michel Gondry, ma è tutto vero. Lo smart working ha generato mostri (di pigrizia e procrastinazione) durante la pandemia, e così a Tokyo è stato aperto un bar pensato per pressare gli scrittori in ritardo sulle consegne.

Il bar si chiama Genko Shippitsu Cafe (ovvero “bar per lavorare sui manoscritti”), ed è il posto perfetto per giornalisti, traduttori o scrittori che devono consegnare entro una deadline: se quello non è il vostro lavoro, non potete nemmeno entrare. Inoltre, lo staff non permette di lasciare il bar a chi non ha terminato la consegna: ve l’avevamo detto, un vero e proprio copione da film.

Incuriosito, un reporter del sito giapponese-inglese Sora News 24, P.K. Sanjun, ha provato l’esperimento per valutarne l’efficacia. Il giornalista ha raccontato che nel bar non c’è musica di sottofondo, e regna un senso di massima concentrazione, in un mare di laptop.

Di base, si può richiedere di essere spronati dallo staff pure in maniera pesante: all’entrata infatti si compila un documento dove si dà l’obiettivo e il tempo di consegna, oltre alla preferenza: se appunto si vuole essere incitati verbalmente in maniera “leggera”, “media” o “pesante”. Poi si parte, davanti a un orologio che ticchetta.

Il costo per scrivere al bar anti-procrastinazione di Tokyo è di 150 yen (1,12 euro) per mezz’ora con wi-fi incluso: durante la permanenza al bar si possono prendere acqua, tè, caffè e snack gratuiti e senza limite, ed è permesso anche portarsi del cibo da casa.

Il reporter Sora News 24, che si è dato due ore per scrivere un articolo con foto del bar, racconta di essersi accorto di essere “controllato a vista” da un membro dello staff che lo osservava da dietro le spalle, e di essere riuscito, data la pressione del luogo, a consegnare addirittura in anticipo l’articolo, definendo l’esperienza parecchio proficua valutando il rapporto tra prezzo e risultati. La chiusura del bar è alle 19, ora fatidica entro la quale tutti i giornalisti devono inviare le consegne.

P.K. Sanjun, nel suo articolo, racconta anche di aver sentito uno strano senso di solidarietà con gli altri avventori sotto pressione: il sentimento in realtà non è così “casuale”. Questo senso di empatia con altre persone che stanno lavorando sotto consegna è lo stesso su cui si basano altri servizi americani di cui vi avevamo già parlato qui su Mashable Italia, molto simili al bar di Tokyo.

Un esempio sono gli eventi di coworking anti-procrastinazione di Caveday, che si svolgevano da principio a New York, in cui i diversi lavoratori si davano obiettivi di consegna tra i quali si incitavano a vicenda, e poi sono diventati così famosi da ispirare anche varie piattaforme online a pagamento.

In un mondo dove si lavora sempre di più in solitaria, le soluzioni cominciano a essere tante e variegate. La vera domanda è: se abbiamo davvero bisogno di qualcuno/qualcosa per spingerci a consegnare, non sarà che le modalità di lavoro vanno riviste con nuove soluzioni efficaci e sostenibili? Magari proprio partire dalla settimana lavorativa di 4 giorni, già approvata in Giappone, ma anche in Francia, Islanda, Danimarca, Olanda e Belgio. In Italia alcune aziende, durante il lockdown, come Awin Italia e Carter&Benson, l’hanno sperimentata: staremo a vedere gli sviluppi futuri.

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