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Il futuro di ‘Love, Death & Robots’ continua a essere tremendamente eterosessuale

La fantascienza è un maschio etero. Almeno secondo Love, Deaths & Robots. E a volte anche solamente bianco.

Nel terzo volume della serie solo in un cortometraggio su nove i protagonisti sono neri. Se non sono robot o lune senzienti, nessuno è queer. Tutti sono bianchi eterosessuali. L’erotismo, quando c’è, porta con sé una buona dose di classica sessualizzazione del corpo femminile, con tutte le mutazioni aliene del caso. Perché i cortometraggi sono spesso orrorifici. E a essere mostruosa è quasi sempre la donna: granchio, regina di un alveare, se vogliamo pure satellite celeste, che è poi un modo per dire che se non reagisce come l’uomo si aspetta, allora è una creatura insettoide.

Non è che questa critica neghi un fatto appurato, e cioè che Love, Death & Robots – prodotta da Joshua Donen, David Fincher, Jennifer Miller e Tim Miller -, con tutte le sue trovate, l’ironico cinismo e le cupe distopie, è la serie sperimentale più affascinante su Netflix. Soprattutto il primo volume. Ogni volta che escono nuovi episodi si finisce per vedere tutti i cortometraggi d’un fiato, uno dietro l’altro in ordine casuale. L’esplosione di varietà e regie è quanto di più vicino all’orgasmo intellettuale. E poi non ha prezzo il gusto di vedere così tante forme di animazione votate alla fantascienza al di fuori dei videogiochi, dalla CGI al disegno alla stop motion. Ma c’è una cosa che lascia di stucco. In tre volumi, c’è stato solo un personaggio queer, più o meno, per pochi secondi di violento erotismo.

Era una donna e cyborg, vittima di uno stupro, in una storia che sembrava motivare la sua diversità fisica e sessuale come una conseguenza della violenza subita – di per sé un brutto stereotipo partorito dal pietismo eterosessuale e fatto passare per trama di rivalsa femminile. Niente di più eccitante nel pantheon dei desideri maschili.

La puntata si chiamava Il vantaggio di Sonnie. Da lì in poi, zero: in tante esplorazioni filosofiche riuscite – come l’artista che vuole ritrovare la sua anima originaria, l’adolescenza su una colonia congelata o una società di eterni che non figliano più – davvero non c’era spazio per del normale affetto omosessuale? Si preferisce continuare con i classici marines americani che fanno cose, si lasciano sterminare o risvegliano Cthulhu. Storie belle di per sé, ma una in meno nel volume terzo di certo non guastava.

Non sia mai che nel futuro due uomini, due donne, due transgender o un cis e un trans si bacino o esistano di per sé. Si dirà, be’, non c’è mica sempre il tempo per certi retroscena sentimentali. Gli episodi trattano di solito di altro ed è vero. Ma spesso il tempo per quei retroscena lo trovano comunque benissimo. In una serie che per metà di ogni volume ha scene erotiche o vagamente tali, l’assenza di qualsiasi esplorazione che non sia eterosessuale è un vuoto non da poco.

Non è che ci debba essere per forza. Ma che non ci sia mai è la forzatura contraria. Viene da pensare che nei tanti futuri paralleli del pantheon di LD&R la diversità sessuale sia stata messa così al bando da poter essere mostrata solo di nascosto, sotto forma di oscure metafore aliene, come del resto ha sempre fatto la fantascienza classica. Quantomeno ci regalassero allora davvero un bel mostro queer cattivissimo: e invece nemmeno questo. Pure i mostri e i robot sono eterosessuali (di solito, donne).

È vero che le animazioni sono tratte a volte da racconti già esistenti, scritti con le sensibilità di altri periodi, anche da maestri come Bruce Sterling. Ma sono liberamente tratti. E altre volte i soggetti delle puntate sono originali. Forse uno dei motivi per cui, come hanno notato alcuni critici, col tempo la serie sta perdendo il suo smalto è perché continua a voler soddisfare insistentemente l’immaginario erotico di un unico tipo di spettatore: un maschio etero e, perlopiù, bianco.

È un problema comune a tutta la fantascienza televisiva. Se si esclude Rick & Morty, che è un calderone di qualsiasi cosa tanto per far ridere e forse è per questo tra le animazioni più mentalmente aperte del pianeta, non c’è molto altro. Star Trek si è cimentato in due (blande) relazioni gay in Discovery: la prima, molto piagnucolosa, tra due uomini dell’equipaggio, e la seconda, drammatica ma forse meglio riuscita, con una persona non-binaria. Non sono stati personaggi particolarmente appassionanti, ma almeno ci hanno provato. Segue The Expanse, la più bella serie non-animata di fantascienza di questi anni. Qui si è raccontato di navi spaziali dove gli equipaggi si legano tra loro in una famiglia alternativa, fondata su rapporti erotici e affettivi bisessuali e omosessuali, senza distinzione. E in una puntata, su un volo stellare “di linea”, ci hanno mostrato una giovane coppia gay di colore che se ne stava abbracciata in classe economy ed era diretta, se non sbaglio, verso la Luna.

È però nei cortometraggi, una forma ben più libera ed estrosa – come dimostra proprio Love, Death & Robots -, che ci si aspetterebbero storie in grado di esplorare il mondo queer tanto trascurato e ignorato dalla fantascienza mainstream.

Non sarà forse un caso che la produzione e scrittura di questo terzo volume sia tutta al maschile tranne che per due regie. Nella prima, Morte allo squadrone della morte, Jennifer Yuh Nelson guida la satira dei soldati muscolosi americani che muoiono in modi improbabili. Nel secondo, La pulsazione della macchina, Emily Dean ci racconta la poesia di una donna che abbraccia una luna senziente.

Il momento più originale dell’intera stagione va però cercato nel nono racconto, Jibaro, con una sirena coperta d’oro e un cavaliere medievale sordo-muto. Lui è immune al suo canto mortale e agogna le pepite incastonate nella carne di lei. La sirena… Be’, sempre di una divoratrice di uomini si tratta. C’è pure uno stupro di mezzo e di nuovo una vendetta. Però c’è speranza. Magari l’eliminazione in chiusura di serie dell’ennesimo protagonista maschio etero, una morte veramente scenografica e rituale, è propiziatoria per un po’ più di apertura mentale nella prossima stagione.

La sirena e la sua vittima in Jibari. Estetica splendida.

In foto, la protagonista de La pulsazione della macchina, regia di Emily Dean, tratto da un racconto di Michael Swanwick

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