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Il flop dell’NFT del tweet di Jack Dorsey: offerte ridicole per lo storico messaggio costato 3 milioni di dollari

Non tutte le ciambelle riescono col buco e neppure i non-fungible token. Per informazioni chiedere a Sina Estavi, imprenditore di criptovalute iraniano dall’oscuro passato salito alla ribalta l’anno scorso per aver acquistato l’NFT del primo tweet firmato nel 2006 da Jack Dorsey. Un vezzo che gli è costato 2,9 milioni di dollari, considerato da Estavi un trampolino di lancio per assicurarsi lauti guadagni futuri, con la rivendita dello stesso token.

Il problema è che la sua strategia si è rivelata fallace. Le offerte per rivendere il token si sono fermate a 0,09 Ethereum, cifra pari a circa 280 dollari. A trasformare la compravendita in un clamoroso flop, però, è stato soprattutto il prezzo stimato da Estavi, convinto di poter ricavare almeno 48 milioni di dollari dalla cessione dell’asset digitale.

I decided to sell this NFT ( the world’s first ever tweet ) and donate 50% of the proceeds ( $25 million or more ) to the charity @GiveDirectly

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? https://t.co/cnv5rtAEBQ pic.twitter.com/yiaZjJt1p0

— Estavi (@sinaEstavi) April 6, 2022

Aveva anche anticipato la volontà di donare in beneficienza il 50% degli introiti a un’associazione statunitense, suscitando la reazione dello stesso Dorsey, che gli ha suggerito di devolvere l’intera somma. Estavi ha ribattuto che parte degli eventuali ricavi sarebbero stati destinati a sostenere altri progetti del mercato cripto, settore che gli ha riservato finora gioie e dolori.

Al di là dell’NFT del primo tweet, da lui definito “un pezzo di storia umana sotto forma di un bene digitale” e paragonato alla Gioconda di Leonardo da Vinci per il suo valore simbolico, e delle offerte che sono leggermente salite toccando l’apice di 2,2 Ethereum, corrispondenti a circa 6.850 dollari, Estavi ha ben altri problemi da risolvere. L’exploit ottenuto grazie agli investimenti nel mondo cripto ha presentato un conto inaspettato: l’arresto e nove mesi di prigione in Iran.

Il fermo è stato eseguito nel maggio dell’anno scorso, con l’accusa di “turbare il sistema economico” tramite CryptoLand, l’exchange di proprietà di Estavi. La conseguenza, oltre al carcere, è stato il crollo del suo progetto Bridge Oracle, con token azzerati e gli investitori che hanno perso i soldi e sono in attesa di essere rimborsati.

What happened to me and Bridge #BRG ?



I’m back…

I’m a victim of cryptocurrency, they tried to destroy me, but now I’m here and I will continue, much stronger than before

#BRGArmy is back…?



Whatever you need to know??



? https://t.co/bmYtlgZ2iI

— Estavi (@sinaEstavi) March 14, 2022

A questi ultimi, per ora, restano le promesse di Estavi: “Voglio che la comunità cripto in tutto il mondo mi sostenga e che tutti noi ci sosteniamo a vicenda, in modo che possiamo continuare ad essere potenti”, ha riferito a CoinDesk, assicurando che uno dei suoi primi obiettivi è restituire il denaro alle persone.

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