il-carteggio-tra-mussolini-e-de-man-e-i-libri-«rossi»-nell’italia-fascista

Il carteggio tra Mussolini e De Man e i libri «rossi» nell’Italia fascista

Roma, 5 giu – Il 21 luglio 1930 Benito Mussolini, da Roma, indirizzava una missiva all’autore di un saggio sul marxismo, la cui lettura aveva suscitato nel Duce un certo interesse. Il destinatario era l’intellettuale belga Henri de Man, che avrebbe replicato a stretto giro di posta il 23 agosto, da Francoforte, dove insegnava alla locale università. Il libro in questione, un’opera destinata ad avere considerevole influenza nella storia del revisionismo delle teorie marxiste, era apparso in tedesco nel 1926 sotto il titolo Zur Psychologie der Sozialismus, per essere poi pubblicato in francese con la titolazione Au delà du marxisme. Mussolini, comunque, non aveva letto l’originale tedesco, né le traduzioni francesi del saggio, ma il primo volume dell’edizione italiana del 1929; in quell’anno, infatti, il libro era uscito anche in Italia per l’editore Laterza, con un titolo – Il superamento del marxismo – ricalcato su quello francese.

Un lettore «illustre e competente»

Scrivendo a De Man, Mussolini ne lodava la revisione etica e idealistica della dottrina di Marx, «definitiva, nella misura in cui fa seguito agli eventi del 1914-1919 che hanno demolito ciò che resta di “scientifico” nel marxismo». Puntiglioso com’era, il Duce aveva però qualche rimprovero da muovere al belga, in particolare dove costui – riferendo un giudizio di Trotzki – sembrava interpretare la rivoluzione fascista come finalizzata a «condurre al potere una casta militare o feudale». Il richiamo al militarismo e al feudalesimo, in effetti, doveva aver punto Mussolini sul vivo, se egli si premurò di chiarire che «la rivoluzione fascista non ha portato, non intende portare, né mai porterà al potere una casta militare e feudale», supportando quindi la precisazione con riferimenti all’avanzata legislazione sociale e corporativa del regime.

De Man, che secondo il Duce non era troppo «up to date» (sic) sul fascismo, replicando a Mussolini si dichiarava soddisfatto per l’interesse suscitato in «un lettore tanto illustre e competente». Quindi precisava meglio il suo pensiero. Da un lato, scrivendo di «casta militare e feudale», alludeva «alla politica russa nel Vicino e nell’Estremo Oriente»; dall’altro, pur mantenendo sul fascismo alcune riserve, per le quali rimandava al secondo volume del suo saggio (dove si leggeva che il fascismo, al pari del bolscevismo, praticava una «politica di potenza che […] sfrutta i moventi inferiori delle masse»), aggiungeva però di non avere remore a «rendere giustizia a certi aspetti organizzativi dell’opera fascista», il cui corso seguiva con «interesse appassionato».

Una censura disattenta?

Lo scambio di lettere tra Mussolini e il belga è riprodotto in appendice all’edizione italiana dell’autobiografia di De Man – A cose fatte. Memorie di un «socialista nazionale» – di prossima uscita per Altaforte Edizioni. Il «duetto» epistolare, oltre a rivelare che il capo del governo italiano – tra un impegno ufficiale e l’altro – trovava il tempo per aggiornarsi sul dibattito filosofico-politico in corso, offre lo spunto per riflettere sul tema della circolazione, nell’Italia littoria, dei libri di orientamento socialista, revisionisti od «ortodossi» che fossero. Considerati infatti la provenienza marxista di De Man, i giudizi non sempre lusinghieri espressi sul fascismo nel suo saggio, la militanza dell’autore nel Partito operaio belga (la sezione belga dell’Internazionale socialista) e il fatto che l’opera aveva visto la luce in Italia un settennio dopo l’ascesa di Mussolini al potere, ci si potrebbe chiedere come abbia potuto il testo non solo riscuotere l’elogio (seppure parziale) del Duce, ma soprattutto sfuggire a quelli che, secondo la vulgata, erano gli occhiuti controlli della censura littoria.

Che non si trattasse di una pubblicazione semiclandestina lo esclude il nome prestigioso dell’editore – Laterza – che ne aveva curato la versione italiana. Era forse l’opera capitata sulla scrivania di Mussolini perché egli ne prendesse post factum visione e, nel caso, ne imponesse il ritiro dalle librerie? Ma se le cose stavano così, perché il Duce si sarebbe preso la briga di scrivere all’autore, preoccupandosi anche di fare le pulci al suo testo? L’episodio insomma, per quanto marginale, non collima del tutto con la consueta narrazione di un fascismo che impediva la circolazione di testi politicamente eterodossi. Siccome il Ventennio, però, a differenza dell’assoluto schellinghiano di Hegel, non fu la notte in cui tutte le vacche sono nere, è opportuno fornire qualche delucidazione in proposito.

L’editore Laterza tra De Man e Benedetto Croce

A cavallo tra gli anni Venti e Trenta, e più compiutamente nella seconda metà di quell’ultimo decennio, il regime, stando alla sopraddetta vulgata, avrebbe accelerato la politica di fascistizzazione del Paese, e della cultura in particolare. La pubblicazione del saggio di De Man fu allora il canto del cigno della libera diffusione dei testi socialisti in Italia? Non sembra così, almeno alla luce di alcuni fatti. Ripartiamo da Laterza, che godeva all’epoca di un discreto margine di autonomia.

Nel 1932 la casa barese aveva per esempio pubblicato, con ristampe che giunsero almeno fino al 1938, un classico della storiografia liberale, la Storia d’Europa nel secolo decimonono di Benedetto Croce, dove non mancavano giudizi che al regime probabilmente dispiacquero, come quello sul «culto della nazionalità» che minaccia di degenerare in «cupa libidine di razza». Quanto poi a De Man, i rapporti tra quest’ultimo e Laterza non si sarebbero limitati alla pubblicazione del Superamento del marxismo (un titolo, riferisce il belga nelle sue memorie, scelto su suggerimento di Croce). Nel 1931 l’editore diede infatti alle stampe un altro saggio demanianoLa gioia nel lavoro – frutto di un’inchiesta sulla condizione operaia svolta a Francoforte.

Dal Manifesto a Trotzki: i libri «rossi» nell’Italia littoria

Caso De Man a parte, durante il Ventennio la pubblicazione di testi socialisti, e financo marxisti, era tutt’altro che un’eccezione. Laterza, per esempio, diede alle stampe nel 1938 La concezione materialistica della storia di Antonio Labriola, mentre tra il 1936 e il 1939 uscì, rispettivamente per Treves e per Garzanti, la Storia della rivoluzione russa di Trotzki. Già nel 1934, inoltre, erano comparse due edizioni del Manifesto dei comunisti di Marx ed Engels: una su iniziativa del gentiliano Felice Battaglia, in una silloge di documenti che vedevano nel fascismo lo sbocco di un movimento di affermazione dei diritti dell’uomo culminante nella Carta del Lavoro; l’altra a cura di Robert Michels, studioso con le «carte in regola» per recuperare Marx e il marxismo in funzione della polemica antiborghese che già aveva segnato il fascismo sansepolcrista.

Senza poi contare le riviste a tema corporativo curate da Giuseppe Bottai, nelle quali il «fascista critico» fece pubblicare pagine di Marx e, addirittura, di Stalin. Quanto a Giovanni Gentile, il pensatore attualista commentava nel 1937 le marxiane Tesi su Feuerbach, mentre la voce della Treccani dedicata al «padre» del socialismo scientifico era affidata all’insigne economista Augusto Graziani. Del resto, all’epoca, la libera consultazione delle «scritture» marxiste non fu affatto ostacolata. Come riconobbe Giorgio Amendola nella sua Storia del Partito comunista italiano, l’interesse per il comunismo, soprattutto negli ambienti giovanili, spinse a ricercare i libri di Marx e di Engels, di Plechanov e di Lenin, «che giungevano in Italia senza eccessive difficoltà in edizioni straniere» e che erano presenti nelle biblioteche universitarie, molte delle quali acquistarono i volumi della Marx-Engels Gesamtausgabe, che includeva il carteggio integrale tra Marx ed Engels e buona parte degli scritti giovanili, fino ad allora inediti, del filosofo di Treviri.

Libri in stampa e libri al rogo

Da quanto si è detto, l’immagine di un’editoria italiana compattamente «in camicia nera» dipinta da certa storiografia del dopoguerra appare dunque inadeguata, soprattutto se si confronta la politica editoriale fascista con quella della Germania hitleriana. Un episodio merita, a tale proposito, di essere menzionato, e non – sia chiaro – per accreditare lo stereotipo di un fascismo «bonario» cui era estranea l’arcigna intolleranza del «cugino» tedesco, ma a conferma del fatto che il regime di Mussolini ebbe, verso la saggistica «non conforme», un approccio più aperto rispetto ad altre esperienze storiche a esso ideologicamente affini.

Torniamo allora a De Man il quale, per inciso, nella seconda metà degli anni Trenta avrebbe propugnato in Belgio un «socialismo nazionale» non troppo distante dal fascismo e che si sarebbe schierato, dal 1940, nelle file della «collaborazione» con il Reich. Ebbene, se in Italia, tra il 1929 e il 1931, Laterza ne pubblicava liberamente le opere, poco dopo, nella Germania divenuta nazista, si sarebbero accesi i primi Bücherverbrennungen. E in uno di questi roghi, nel maggio 1933, sarebbe bruciata, tra gli altri libri, anche l’ultima fatica del belga – Die Sozialistische Idee – che De Man considerava il point d’arrivée del suo percorso di emancipazione del socialismo dal marxismo.

Italo Corradi

L’articolo Il carteggio tra Mussolini e De Man e i libri «rossi» nell’Italia fascista proviene da Il Primato Nazionale.

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.