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Habermas, la guerra, i due estremismi e Francesco

Un saggio-articolo a firma di Jurgen Habermas sulla guerra in Ucraina è l’occasione per riflettere su noi stessi oltre che sul conflitto e sulla mediatizzazione, sulla vicinanza e l’angoscia che ne scaturisce. Mettendo tutto ciò a confronto con le parole e il pensiero di papa Francesco

È apparso nei giorni scorsi un importantissimo saggio-articolo sulla guerra in Ucraina di Jurgen Habermas. La sua traduzione integrale in italiano grazie a Reset consente dopo un’attenta lettura di coglierne numerose implicazioni. Vorrei qui affrontarne solo alcune: la differenza che emerge tra il dibattito politico-culturale tedesco nel quale Habermas si inserisce e l’importanza se non centralità di alcune parole che riportano quasi esclusivamente a quanto emerge dal Vaticano di papa Francesco.

Trattandosi di un articolo davvero importante, anche per capire noi stessi oltre che il conflitto, parto da ciò che Habermas afferma in relazione a un confronto che da noi non c’è e cioè che questa guerra è oggetto di mediatizzazione, è vicina, quindi crea angoscia e l’urgenza di fare qualcosa: “Lo sfondo razionale in cui queste emozioni ribollono in tutto il Paese è l’evidente presa di posizione contro Putin e un governo russo che ha lanciato una massiccia guerra di aggressione in violazione del diritto internazionale e che sta perseguendo un modo sistematicamente barbaro di fare la guerra in violazione del diritto internazionale umanitario”. Siamo al primo concetto che tratterò in seguito: diritto internazionale umanitario.

Proseguendo Habermas si sofferma su un dato molto tedesco: “Le richieste dell’Ucraina, innocentemente aggredita, trasformano inesorabilmente gli errori di valutazione politica e i percorsi sbagliati dei precedenti governi federali in un ricatto morale. Sono richieste tanto comprensibili quanto sono naturali le emozioni, la compassione e il bisogno di aiutare che scatenano in tutti noi”. Gli errori del passato Habermas li assume e confermerà il giudizio in seguito; fiducia maldisposta in un inaffidabile Putin, incomprensibile scelta di rendersi dipendenti per il gas. Ma vede in modo molto profondo il ricatto morale: voi avete sbagliato, ora dovete riparare l’errore. Ma le colpe dei padri non ricadono sui figli, Habermas non accetta che alcuni tedeschi chiedano di espiare le colpe di ieri al governo attualmente in carica, che a suo avviso ha preso una linea corretta: “Stiamo affrontando la sofferenza che la Russia sta infliggendo in Ucraina con tutti i mezzi a nostra disposizione, cercando di evitare un’escalation incontrollabile che scateni una sofferenza incommensurabile in tutto il continente, forse anche nel mondo intero”.

Qui arriva il secondo punto su cui ci si soffermerà: “la soglia”. Habermas vede una soglia di rischio da non valicare, che è quella che l’Occidente ha scelto di non attraversare rifiutandosi di entrare in guerra. Il suo punto è questo: con questa scelta di non entrare in guerra ci siamo legati le mani da soli, scegliendo di non entrare in guerra. Dunque c’è un dilemma davanti a noi: “Il dilemma che costringe l’Occidente a soppesare rischiosamente le alternative nello spazio tra due mali è chiaro: una sconfitta dell’Ucraina o l’escalation di un conflitto limitato in una terza guerra mondiale. Da un lato, abbiamo imparato la lezione della Guerra fredda per cui una guerra contro una potenza nucleare non può essere “vinta” in nessun senso ragionevole, almeno non con la forza militare entro i chiari termini di un conflitto caldo. Il potenziale di minaccia nucleare significa che la parte minacciata, che possieda essa stessa armi nucleari o meno, non può porre fine all’insopportabile distruzione causata dall’uso della forza militare con una vittoria, ma al massimo con un compromesso che salvi la faccia ad entrambe le parti. Nessuna deve subire una sconfitta che faccia lasciare il campo di battaglia da “perdente”.”

I termini della posizione che Habermas presenta si chiariscono già: non è la “vittoria” l’obiettivo da perseguire, ma evitare “la sconfitta” dell’Ucraina. E questo è il terzo punto di cui tratterò a breve. Non prima di essermi soffermato su un altro passaggio cruciale. Habermas vede la linea del cancelliere messa in discussione dalla ministra degli esteri, giovane ed ex pacifista, esponente di quei verdi che chiedono di non esitare. Perché? Cosa ispira questa posizione? Il punto è delicatissimo perché Habermas avverte che sarà Putin a decidere se supereremo o meno la soglia, quella soglia che porta alla terza guerra mondiale, magari usando armi atomiche piccole. Ma Putin sa anche che l’Occidente non può lasciare l’Ucraina, perché oltre che uno scandalo morale sarebbe anche uno scandalo politico, visto che l’operazione si potrebbe poi riprodurre in tanti territori, a partire da Georgia e Moldavia. L’arma della paura, spingere l’altro nell’angolo, è un’arma a doppio taglio, avverte, occorre saperlo e considerarlo. Il discorso si articola, Habermas fa diversi scenari che confermano tutti l’imprevedibilità del futuro. Con grande precisione tratteggia il ritratto di Putin e vede la sua guerra non solo nel progressivo guardare a Occidente di ucraini e bielorussi, ma soprattutto in quello di molto russi, dei diffusi campi liberal.

Qui arriva il terzo punto sul quale soffermarsi: la trasformazione dei verdi da pacifisti in bellicisti. Cruciale anche per noi. “Questa lettura si fissa sull’esempio di quei giovani che sono stati educati a essere sensibili alle questioni normative, che non nascondono le loro emozioni e sono i più insistenti nel chiedere un impegno più forte. Danno l’impressione che la realtà completamente nuova della guerra li abbia strappati dalle loro illusioni pacifiste. Ciò ricorda anche la ministra degli esteri [Annalena Baerbock] – diventata un’icona – che, dall’inizio della guerra, ha dato espressione autentica allo shock provato da molti con gesti credibili e una retorica dello sconforto. Non è che lei non rappresenti anche la compassione e l’impulso ad aiutare così diffusi nella nostra popolazione; ma essa ha dato anche una forma convincente all’identificazione spontanea con la spinta veementemente moralizzatrice di una leadership ucraina determinata a vincere. In questo modo tocchiamo il cuore del conflitto tra coloro che si sono affrettati con enfasi a fare propria la prospettiva di una nazione che lotta per la sua libertà, i suoi diritti e la sua vita, e coloro che hanno imparato una lezione diversa dalle esperienze della guerra fredda e – proprio come i manifestanti nelle nostre strade – hanno sviluppato una mentalità diversa. Alcuni possono solo immaginare una guerra sotto l’alternativa della vittoria o della sconfitta, altri sanno che le guerre contro una potenza nucleare non possono essere ‘vinte’ nel senso tradizionale della parola”.

I punti che ci riguardano sono dunque: il diritto umanitario internazionale, la soglia, la vittoria, se vogliamo omettere il fatto che l’ostilità a Putin qui appaia solo formale, una sorta di cappello quasi dovuto per molti per poi dire tutt’altro. Ma i tre punti che chiamano in ballo solo il grande attore politico culturale, Francesco, che molti hanno strattonato per tirarlo da una parte o dall’altra di un confronto sbagliato, sono di fondo.

Il primo è il diritto umanitario internazionale, assente o sparito dall’agenda di molti, notandosi una profonda mancanza di empatia con le vittime, opposta a quella dei verdi tedeschi. Questo diritto è invece presente in Francesco dai tempi della grande anteprima rimossa di questa guerra, quella siriana. Cancellata non solo perché lontana ma perché afferente a un mondo islamico che in Italia interessa solo per vederlo opposto o usato dalla Nato, questo diritto umanitario internazionale è stato un po’ la bussola culturale che ci ha proposto Francesco. E io credo lo sia ancora. Il paragone che alcuni hanno valutato eccessivo tra Ucraina e Ruanda indica proprio questo: l’abominio del tipo di esercizio della violenza.

Il secondo punto, la soglia, è un altro elemento classico e proprio della visione di Francesco. La soglia delimita lo spazio di un’abitazione, e se non facciamo lo sforzo di immaginare questa abitazione come l’abitazione del tempo, vediamo che Francesco ci chiama a immaginare il futuro, dove attraversando quella soglia ci recheremo. I fondamentalisti, tutti i fondamentalisti, credenti o non credenti, pongono invece questa abitazione nel passato, il loro problema con l’immaginazione del futuro sta tutto qui: per loro è un ritorno. In questo modo si può allegramente attraversare anche la soglia che conduce nel conflitto nucleare. In questo la lettura del libro di padre Antonio Spadaro, “Fiamma nella notte”, è illuminante e da suggerire, soprattutto per i capitoli sul viaggio e, appunto, sulla soglia.

Siamo così alla terza parola: vittoria. Da noi questo vocabolo vuol dire “sconfitta della Nato”, agognata da tanti, o sconfitta della Russia, desiderata da altri. Habermas sceglie chiaramente un campo molto diverso, quello di evitare la sconfitta dell’Ucraina. Lui non pensa alla sconfitta della Nato, né ad affermare un fondamentalismo liberale opposto ai totalitarismi d’Oriente. No. Lui vede la fatica del cammino della storia, che non si illude che imponendo riparazioni esorbitanti ai cattivi li si renda mansueti. Uscire da questa illusione è cruciale per tutti coloro che credono di chiudere i conti con la storia non evitando la sconfitta dell’Ucraina, ma sconfiggendo Mosca. Non è così, non sarà così. Questa tensione onestamente non la trovo in chi ha bisogno di idealizzare le vittime, renderle figure angeliche, senza macchia. Nel dibattito attuale questa tensione emerge solo in Francesco, o in ciò che a lui risulta riconducibile, come il discorso di Mattarella al Consiglio d’Europa.

Ma quel che più preoccupa è che i due cammini diversi indicati da Habermas, quello di Sholtz e quello dei verdi tedeschi, sono cammini che rispondono a modi diversi di “essere per”. Qui da noi si vede soprattutto un forte bisogno di “essere contro”. E questo dovrebbe preoccupare. Ma purtroppo pochi liberal pro war e pochi pacifisti anti war hanno capito Rocco d’Ambrosio, che ha saputo scrivere proprio qui del dilemma di cui parla Habermas: “Infine va ricordato che la legittima difesa popolare con le armi non va applicata in maniera troppo larga, fino a ‘giustificare indebitamente anche attacchi preventivi o azioni belliche che difficilmente non trascinano mali e disordini più gravi del male da eliminare’, come ricorda papa Francesco (FT, 258). Al tempo stesso non è giusto eticamente abbandonare gli aggrediti, non aiutarli, solo perché ripudiamo le armi.” Che poi, detto con Habermas, vuol dire evitare che l’Ucraina perda, non pensare a vincere contro la Russia.

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