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Giuseppe Abbamonte entra nel pantheon dell’avvocatura napoletana

Giuseppe Abbamonte, professore universitario ed amministrativista tra i più apprezzati d’Italia, da qualche giorno è entrato a far parte del pantheon degli avvocati di Napoli. Nel corso di una cerimonia molto partecipata, lo scorso 23 aprile, è stato scoperto nel Gran salone di Castel Capuano un busto dedicato all’indimenticabile avvocato. All’evento hanno preso parte i vertici dell’avvocatura partenopea, tra i quali Antonio Tafuri (presidente del Coa), Francesco Caia (consigliere del Cnf), Gherardo Marone e Michele Cerabona (componente del Csm) per il quale è stata solennizzata l’iscrizione nell’Albo d’onore degli avvocati.

Il consigliere del Cnf Francesco Caia ha commemorato Franco Tortorano, anch’egli inserito nell’Albo d’onore, deceduto due anni fa in piena pandemia. All’evento hanno partecipato il vicepresidente del Csm, David Ermini, il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, e il giudice della Corte costituzionale Filippo Patroni Griffi. La cerimonia è stata conclusa dal presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca.

«Con lo scoprimento del busto di Giuseppe Abbamonte – dice Francesco Caia – e con la celebrazione dell’iscrizione nell’Albo d’onore di Michele Cerabona e Franco Tortorano l’avvocatura napoletana intende ricordarne il loro grande valore e autorevolezza. Elementi che inseriscono nella storia del Foro napoletano, protagonista della difesa delle libertà e dei diritti».

Il presidente del Coa di Napoli, Antonio Tafuri, sottolinea l’importanza del ruolo nella società degli avvocati: «L’ingresso a Castel Capuano del busto marmoreo del professor Giuseppe Abbamonte, peraltro celebrato insieme con la solennizzazione dell’iscrizione in Albo d’onore dell’avvocato Michele Cerabona e del compianto Franco Tortorano, rappresenta non solo il tributo al giurista, all’uomo, all’avvocato e all’accademico, ma anche il segnale che il Foro di Napoli ha tenuto a lanciare della presenza e della imprescindibilità dell’avvocatura nell’evoluzione del diritto e della società civile».

L’esempio umano e professionale di Abbamonte è indimenticabile e si inserisce nell’attuale contesto, caratterizzato dalle riforme della giustizia. «Il suo lavoro – commenta Tafuri – ci ricorda che l’avvocato è essenzialmente un mediatore sociale e che fino a quando vi saranno due teste occorrerà il cervello di un avvocato per procurarne l’accordo. Partiamo da queste considerazioni, opera di uno dei maggiori esponenti della classe forense della storia, per affermare che la giustizia cammina sulle gambe e nelle teste degli uomini e che, quindi, se veramente vogliamo realizzare il precetto costituzionale del giusto processo, non occorrono riforme e modifiche delle norme, ma riforme e modifiche delle strutture, potenziamento dei mezzi e delle possibilità di organizzare la giustizia in modo efficiente. I nostri padri, come Abbamonte, ma anche come Cerabona e Tortorano, dimostrano che la difesa più piena e libera è compatibile con il processo più completo possibile, che sia dalla parte dei cittadini e delle imprese e non invece espressione di meccanismi autoreferenziali, limitativi e punitivi. Ritengo che questi esempi debbano essere tenuti costantemente presenti dal legislatore, dai giovani avvocati e dai magistrati».

La presidente del Senato, Elisabetta Casellati, ha inviato un messaggio in occasione della cerimonia di Castel Capuano e ha ricordato il professor Giuseppe Abbamonte per «l’originalità dell’ingegno, la profonda preparazione, l’acume giuridico e, soprattutto, la straordinaria capacità di lettura della realtà, di comprensione dei cambiamenti in atto e di visione del futuro». «Lungimirante – ha aggiunto – il suo contributo per una nuova concezione della funzione dell’avvocato, che, come era solito sottolineare, deve essere capace di proporre iniziative e soluzioni che concorrano, con la decisione giudiziale, alla individuazione delle regole e alla definizione dell’ordinamento. Una sinergia di azione tra tutti gli operatori del diritto che presuppone, nel pensiero e nell’opera del professor Abbamonte, la centralità di una formazione comune, che sappia coniugare lo sguardo di sistema con la necessità di specializzazione. Insomma, una eredità morale e culturale che ci consente di sottolineare ancora una volta l’insostituibile centralità della professione forense».

Nel suo intervento davanti agli avvocati di Napoli, il vicepresidente del Csm, David Ermini, ha rilevato «l’esigenza di tutelare non solo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, ma anche della giurisdizione, che si fa soltanto lavorando insieme avvocati e magistrati». Un dualismo, dunque, autoprotettivo in grado di preservare la giurisdizione e, quindi, la stessa magistratura da intrusioni del potere politico. «Nei Paesi dove la giurisdizione è messa in difficoltà e in discussione – ha affermato Ermini – lavorare insieme tra avvocati e magistrati è determinante per rafforzare l’autonomia della giurisdizione, nostro cardine fondamentale».

Quella dei busti a Castel Capuano è una tradizione che risale al 1882, quando venne scoperto il primo marmo nel Gran Salone. Altri tredici vennero aggiunti nel saloncino adiacente. Si tratta di uno spazio dedicato agli avvocati martiri della Repubblica partenopea del 1799. L’ultimo busto scoperto a Castel Capuano fu quello di Giovanni Leone, nel 2006, alla presenza dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. I busti del Gran Salone, con quello dedicato ad Abbamonte, sono 48. L’Albo d’onore del Coa di Napoli è stato invece creato nel 1964 per ricordare i grandi avvocati del Foro partenopeo. Il primo iscritto è stato Alfredo De Marsico per molti anni presidente dell’Ordine.

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