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Ddl Zan, Binetti: «Libertà di pensiero a rischio, quella norma frutto di demagogia»

Intervista alla senatrice centrista: «Contro di noi un muro di gomma da parte di chi voleva portarla subito in aula, a costo di arrivarci senza relatore, volendo limitare il diritto del Parlamento ad esprimere anche il proprio dissenso informato»

«Quello che dice il Vaticano noi lo diciamo sin dall’inizio: la legge Zan mette a rischio la libertà di pensiero, ma contro di noi c’è sempre stato un muro di gomma». Parola di Paola Binetti, senatrice centrista, convinta che la norma vada radicalmente riscritta.

Cosa ne pensa della richiesta del Vaticano?

Si tratta di un intervento giocato al massimo livello, tanto da essere unico nel suo genere, tra il ministro degli Esteri del Vaticano monsignor Gallagher e l’ambasciatore italiano presso la Santa sede, con una nota che fa riferimento ad una garanzia di libertà per i cattolici prevista dal Concordato. E non lo si capisce se non si tiene conto che, dall’inizio del dibattito sulla legge Zan, quasi tutte le voci laiche presenti in Parlamento, ma anche fuori, si erano espresse in modo fortemente critico nei confronti della norma, rivendicando il rispetto per la loro autonomia e la loro libertà. In realtà potremmo dire che l’intervento del Vaticano segue una lunga, reiterata richiesta di modifica alla legge che è stata presentata dalla società civile in tutti i modi possibili. Quindi nessuna influenza sul comune pensare dei parlamentari cattolici.

Non c’è ingerenza sull’autonomia legislativa del nostro Paese?

No, perché Gallagher non si è rivolto al Parlamento, non ha chiesto di incontrare Draghi o Casellati, ma l’ambasciatore. Ha trattato la questione da Stato a Stato, a tutela del Concordato. Se non si ha presente questo si confondono facilmente le cose in gioco. Abbiamo tutto l’interesse a mantenere alto il riconoscimento di una laicità competente e coraggiosa, come i parlamentari cattolici e le associazioni di ispirazione cattolica hanno sempre fatto. Ma attenzione: non eravamo solo noi, c’erano anche molti interventi delle femministe e altre voci laiche. Voci alle quali, però, i fautori della legge Zan hanno sempre risposto picche, facendo apparire le nostre posizioni come ideologiche, demagogiche e superate e lasciando intendere che le uniche posizioni con diritto di parola fossero le loro.

Il richiamo al Concordato può influire sull’iter di approvazione della legge?

Sarebbe gravissimo se non si tenesse conto del riferimento che viene fatto alla garanzia della libertà. Si chiede che ci sia davvero il rispetto per un punto di vista che è un pensiero altro e che questa legge venga modificata radicalmente, così come abbiamo chiesto fin dalla sua calendarizzazione alla Camera. Ma abbiamo trovato una sorta di muro di gomma da parte di chi voleva portarla subito in aula, a costo di arrivarci addirittura senza relatore, volendo in qualche modo limitare il diritto del Parlamento ad esprimere il proprio dissenso informato.

Quali sono i punti che non la convincono?

Tutte le definizioni dell’articolo 1: vanno modificate. Ad esempio, mentre l’identità sessuale fa riferimento ad una realtà che potremmo definire biologica, l’identità anagrafica va semplicemente dichiarata, senza che ci sia un preventivo intervento. Questa flessibilità è, per esempio, quella che sta creando seri problemi anche alle Olimpiadi di Tokyo, dove una persona che ha vinto le precedenti Olimpiadi da uomo in questo momento si dichiara donna e vuole concorrere col team femminile, cosa che tutto il pubblico delle atlete respinge. Se conta “come mi sento” non ci sarà mai alcun criterio oggettivo, vale esclusivamente l’autorappresentazione che si ha di se stessi. Cosa che, a livello personale, può andare bene, ma nel momento in cui ci si deve confrontare con caratteri oggettivi pone un problema agli altri. Ognuna di quelle definizioni è frutto di un’ideologia, di una demagogia e non può essere assunta come base di una legge che, peraltro, prevede sanzioni penali. L’articolo 4, invocato nel documento della Santa Sede, è quello che fa riferimento alla libertà di pensiero, di espressione e alle libere decisioni, peccato che poi dica “purché” e ciò sostanzialmente significa “purché sia allineata a quello che sostiene questa legge”. E quindi, in qualche modo, rimuove la possibilità di un dissenso.

Ma il fine della norma non è punire differenze di vedute, ma crimini.

No, perché parla di discriminazione e violenza. Sul tema della violenza siamo tutti d’accordo: io ho presentato un ddl a prima firma Ronzulli in cui puniamo severamente tutte le forme di violenza, comprese quelle che riguardano le violenze agite contro omosessuali e transessuali. Ma sulla parola discriminazione la questione è molto più sottile, perché la discriminazione è quella che sottolinea la differenza. Se io dico che un bambino ha bisogno di un padre e di una madre per nascere si può assumere questa affermazione, che peraltro è scientificamente dimostrata, come una discriminante nei confronti di una coppia omosessuale. Per la legge Zan parla ogni forma di discriminazione è violenza.

Quindi crede che sia necessario specificare cosa si intende con discriminazione?

Diciamo che molte cose di questa legge andrebbero riscritte.

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