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Dal Muro di Berlino a Martin Luther King, Zelensky accarezza i miti dell’Occidente

A Wenstminster ha citato William Shakespeare e Winston Churchill, al Congresso americano Martin Luther King e i ritratti dei presidenti scolpiti sul monte Rushmore, al Bundestag il Muro di Berlino. E tutti giù a spellarsi le mani, coi lucciconi agli occhi, come fossero davanti a un profeta o a un martire designato.

La nuda vita che entra nei Parlamenti occidentali a spazzare il torpore di protocolli e parlottii ha il volto segnato di Volodymyr Zelensky, il presidente- comico in tuta mimetica, l’eroe per caso, il leader di un Paese da venti giorni sotto l’assedio delle bombe. E che fino al mese scorso veniva guardato con la sufficienza che si riserva ai personaggi da avanspettacolo, anche da molti suoi concittadini che mai si sarebbero aspettati la metamorfosi del guitto che diventa resistente, pronto a morire per e con il suo popolo, custode della tormentata identità ucraina. Zelensky. il clown inciampato nella Storia è un ex attore di grandi qualità, e le citazioni che hanno fatto vibrare i deputati britannici, americani e tedeschi probabilmente sono parte di una sceneggiatura studiata, di un copione scritto per toccare le corde giuste, evocare con più efficacia valori contigui e condivisi per ottenere solidarietà e aiuti concreti. Ha parlato di democrazia e di liberalismo nei santuari dove questi princìpi sono nati, lo ha fatto con gravità e talento.

Purtroppo non è una recita o una performance furbesca. I canoni farlocchi da social network con cui ogni giorno viviamo la nostra politica, la doppiezza comunicativa a cui siamo abituati, la pedanteria piccolo borghese con la quale, con le terga al caldo, giudichiamo situazioni lontane vanno a farsi benedire davanti allo sconquasso della guerra.

Che Zelensky si è ritrovato in casa da capo di una nazione e che lo ha costretto a interpretare il ruolo più impegnativo della sua vita, se stesso. Negli applausi che ha ricevuto a fiumi durante i suoi interventi c’è senz’altro commozione sincera ma anche un forte senso di impotenza e inadeguatezza: Europa e Stati Uniti sanno bene che il conflitto potrebbe divampare oltre la vecchia cortina di ferro con un pauroso effetto a catena, che potremmo scivolare verso una guerra totale tra l’Occidente e la Russia. Come sanno che la concessione di una no fly zone sui cieli ucraini ci avvicinerebbe a questo scenario terrificante. Vladimir Putin, che non si fa problemi a flirtare con l’apocalisse, ha molto più carte da giocare e decisamente meno da perdere di tutti gli altri attori in campo: è lui che detta i tempi della guerra e della diplomazia, è lui che deciderà quando ( e se) mettere fine all’invasione dell’Ucraina. Da vincitore.

Non ha mai voluto incontrare Zelensky perché lo considera poco più che una marionetta nelle mani di Washington e Londra, un Cavallo di Troia della Nato. un «drogato neonazista». E lo vuole umiliare e annientare militarmente per inviare un messaggio mafioso ai suoi antagonisti globali: guardate cosa accade ai vostri protetti.

Ecco perché questa guerra locale dal respiro globale fa paura a tutti e perché la difesa della “trincea” ucraina è così importante per i governi occidentali. Il problema è che Zelensky è costretto a farlo da solo, per non far saltare in aria gli equilibri planetari, per non innescare la miccia della terza guerra mondiale, mettendo in conto la possibilità di venire eliminato in qualsiasi momento. E ti credo che i dirigenti politici europei e statunitensi stanno lì ad applaudirlo, il lavoro sporco tocca a lui, al suo esercito e a tutti gli ucraini che non vogliono accettare la resa e che si riconoscono nel presidente- commediante che si è ritrovato a vivere una tragedia.

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