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Cos’è e come funzionerà Cbam, la carbon tax europea

Dal 2023 l’Ue alzerà la pressione ambientale sui Paesi da cui importa, per proteggere il proprio mercato in piena transizione ecologica. Ecco come funzionerà il meccanismo di adeguamento delle emissioni importate, o carbon border adjustment mechanism (Cbam)

Cosa c’è nella bozza con cui la Commissione europea intende presentare la tassa sul carbonio, o carbon border tax? Il nome preciso è meccanismo di adeguamento delle emissioni importate, o carbon border adjustment mechanism (Cbam). Si tratta di un’imposta concepita per proteggere l’industria europea in fase di decarbonizzazione da quei competitor esterni che non sono soggetti ai rigidissimi obiettivi climatici dell’Unione.

In pratica non sarà possibile avvalersi di un fornitore non-Ue più inquinante senza incorrere nel sovrapprezzo, e i produttori extraeuropei non potranno inondare il mercato di prodotti meno cari ma creati con meno attenzione per l’ambiente. Ad esempio, una acciaieria come l’ex Ilva di Taranto – in piena transizione ecologica – non dovrebbe preoccuparsi della concorrenza sleale.

Una volta che il Cbam sarà pienamente operativo (si parla del 2030) la Commissione stima che porterà €9 miliardi all’anno nelle casse di Bruxelles. Il documento delinea un’introduzione graduale a partire dal 2023 per permettere alle compagnie di adeguarsi e minimizzare l’impatto sul commercio.

I proventi di questa tassa finanzieranno il piano Next Generation EU, l’architettura di prestiti e grants da cui provengono i soldi dei Piani di ripresa e resilienza dei Paesi europei. È una delle tante misure che la Commissione presenterà oggi, assieme a una riforma del mercato delle emissioni europeo (ETS), standard più stringenti per le emissioni e forse la proposta di una tassa paneuropea sul cherosene.

Il progetto aveva suscitato l’interesse di John Kerry, lo zar del clima statunitense. È quel tipo di misura protezionistica che può tornare utile nel braccio di ferro con la Cina ma che, dipinta di verde, può piacere anche a sinistra. “Il presidente Biden, lo so, è particolarmente interessato a valutare il meccanismo di aggiustamento alle frontiere”, ha detto Kerry in un’intervista a Bloomberg, echeggiando la rappresentante per il Commercio Katherine Tai. “Vuole esaminarlo e vedere se è qualcosa che dobbiamo implementare”, ha aggiunto l’inviato in quell’occasione.

Come funziona?

L’idea alla base della carbon tax, in armonia con i piani europei, è catalizzare il processo di transizione ecologica. Due i problemi principali: non tutte le industrie possono fare a meno di bruciare combustibili fossili, e una compagnia può aggirare il sovrapprezzo spostando le operazioni inquinanti fuori dall’Europa, o importando beni più economici perché prodotti all’estero sottostando a regolamenti sulle emissioni meno stringenti.

Questi sono i motivi per cui il sistema di scambio di emissioni europeo (Ets), vigente dal 2005, favorisce o esclude direttamente le aziende europee ad alto consumo energetico, perché sarebbe impensabile forzarle a emigrare o farle soccombere sotto l’attacco combinato di imposte sulle emissioni e concorrenza sleale. D’altra parte, la transizione sostenibile e gli obiettivi di riduzione delle emissioni significano che questa situazione non può durare – regole più stringenti aumentano il rischio di carbon leakage, la “fuga di carbonio” che deriva dal fare ricorso a realtà meno eco-responsabili.

Nella sostanza, il Cbam è un dazio sui prodotti importati in Europa da Paesi con regolamenti sulle emissioni più laschi, pensato per evitare il carbon leakage, proteggere il mercato europeo dalla concorrenza sleale e incentivare gli altri Paesi ad alzare le proprie ambizioni climatiche. Secondo il vicepresidente esecutivo della Commissione Frans Timmermans, “se ogni nazione osservasse gli impegni [sanciti negli accordi di] Parigi, [la tassa] non verrebbe mai applicata”.

Chi ci sta?

La questione internazionale è aperta. La vera sfida, infatti, si combatterà sul fronte globale. Dal momento che l’Ue guida la carica della lotta al cambiamento climatico, la prospettiva di una tassa sul carbonio modellata sulle ambizioni europee ha già fatto drizzare i capelli a una moltitudine di partner commerciali dell’Ue: Cina, Brasile, Sudafrica e India hanno già parlato di misure “discriminatorie”, mentre l’Australia ha tacciato l’Ue di voler “mettere saracinesche attorno alla propria economia”.

Anche l’America sembrava aver parecchio da ridire, almeno fino a qualche settimana fa. Durante il suo tour europeo a marzo Kerry aveva chiarito che gli Stati Uniti non intendono emulare l’Ue per il momento. E aveva anche chiesto di ritardare il progetto Cbam fino a dopo la conferenza COP26 di novembre, a Glasgow. “[Il Cbam] avrebbe serie implicazioni per le economie, per le relazioni, per il commercio. Penso che sia più un’ultima risorsa”, aveva detto; “lasciamo aperta la possibilità che Glasgow possa essere il momento in cui possiamo convergere su un accordo riguardo a come procederemo, evitando un aggiustamento al confine”.

Almeno inizialmente il Cbam verrebbe imposto solo su certi settori, tra cui acciaio, alluminio, cemento e fertilizzanti. Si tratta perlopiù di prodotti scambiati globalmente. Perciò la tassa rischia di colpire Paesi da cui l’Europa importa in quantità, come la Russia, che secondo le stime interne della Commissione è destinata a diventare la principale fonte di introiti per via dell’elevata intensità di carbonio dei suoi prodotti. A seguire, nell’ordine, ci sono Cina, Turchia, Regno Unito, Norvegia, Ucraina, Svizzera, Corea del Sud, India e gli Stati Uniti.

“Esiste la preoccupazione che l’industria americana possa rimanere invischiata nella tassazione”, ha detto Samantha Gross, analista di Brookings, a Politico; gli Usa “non hanno un prezzo sul carbonio per l’industria ed è improbabile che ne abbiano uno in futuro”. Ne consegue che l’America, così come gli altri partner commerciali, potrebbero reagire imponendo sanzioni sui prodotti europei.

Bruxelles, comunque, intende andare avanti. Però ha dichiarato che il Cbam sarà preparato in modo da colpire “chirurgicamente” i Paesi che non hanno aderito all’obiettivo zero emissioni nette entro il 2050. Inoltre ha promesso che le misure sarebbero compatibili con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, che proibiscono di applicare standard più alti sui prodotti importati rispetto a quelli domestici. In teoria, dunque, il meccanismo sarà progettato per sopravvivere a un contenzioso in sede Wto.

La soluzione proposta dalla Commissione è riformare il sistema Ets per includere le nuove misure sulle emissioni, il che consentirebbe agli altri Paesi di comprare permessi per poter esportare alcuni prodotti. I Paesi con tasse sulle emissioni in linea con quelle europee sarebbero esenti.

Gli ostacoli da superare a livello europeo sono relativi alla reticenza di alcuni Paesi particolarmente dipendenti dall’export, come la Germania, che difatti non è tra i firmatari del documento programmatico. Il rischio concreto è che i prodotti europei, più costosi da produrre sotto il regime Ets rinforzato dalle regole sulle emissioni, diventino meno competitivi all’estero.

Superati questi nodi, c’è l’arena internazionale. “Occorre “trovare un equilibrio fra l’ambizione – e la Ue è piuttosto ambiziosa – e la necessità di cooperazione globale”, ha detto il Commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni durante la riunione del G20 a Venezia; “sono entrambe necessarie e tocca a noi trovare un equilibrio”.

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