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Cosa si prova a diventare bersaglio della disinformazione a sfondo razzista

Quello che è successo agli americani di origine asiatica e delle isole del Pacifico non è certo una sorpresa per Russell Jeung. Sono stati presi a sputi, insultati con epiteti razzisti, maltrattati mentre facevano la spesa in negozio e attaccati in modo violento. Jeung, cofondatore della coalizione STOP AAPI Hate, contro il razzismo nei confronti di queste categorie, dice che succede così quando una delle persone più potenti al mondo – l’ex presidente degli Stati Uniti – invia messaggi razzisti in relazione alla pandemia da Covid-19.

L’espressione ‘virus cinese’ ha avuto due effetti”, dice, riferendosi al termine adottato da Trump all’inizio della pandemia. “Ha dato una connotazione razziale al virus, che quindi non era una questione biologica ma un virus cinese. E ha stigmatizzato le persone, perché i cinesi erano considerati portatori della malattia. Una combinazione letale perché in questo modo si porta la gente a fare automaticamente delle deduzioni davanti a una persona asiatica. Ci etichettano sulla base della razza e assumono un atteggiamento di attacco o fuga… ci assalgono, spintonano i nostri nonni…La stigmatizzazione degli asiatici ha conseguenze disastrose”.

Dall’inizio dell’emergenza Covid-19, la combinazione di informazioni fuorvianti, disinformazione e teorie del complotto è stata usata come arma per colpire persone che erano o sembravano cinesi. Nata da una crisi dell’informazione, la narrazione secondo la quale erano loro i responsabili della pandemia ha fornito ai fautori di questa teoria un bersaglio con cui prendersela e il permesso di dar sfogo ai loro pregiudizi.

Se da una parte gli esperti non si danno pace per la proliferazione di falsità durante la pandemia, un fenomeno definito “infodemia”, non si ha però ben chiaro come quella stessa crisi incida sul benessere di chi viene preso di mira dalle teorie del complotto e dalla campagna di disinformazione. Dai dati raccolti da STOP AAPI Hate emerge che diventare oggetto di disinformazione, sia come individui che come parte di un gruppo collettivo, può comportare conseguenze sul benessere mentale delle persone, tra cui sintomi importanti di depressione, ansia e stress. Questi dati sono suffragate da studi sui traumi a sfondo razziale e da ricerche recenti sul razzismo legato al Covid-19 e sulla salute mentale delle famiglie cinesi-americane.

“L’impatto della violenza interpersonale è stato traumatico per la comunità asiatico-americana”.

“L’impatto della violenza interpersonale è stato traumatico per la comunità asiatico-americana”, spiega Jeung, professore al Dipartimento di Studi Asiatico-americani alla San Francisco State University. “Ha suscitato paure e rabbia”.

L’affermazione di un sentimento anti-cinese durante la pandemia fa capire come informazioni fuorvianti, la disinformazione e le teorie del complotto rappresentino un problema più complesso rispetto alla mancanza di pensiero critico o alla scarsa dimestichezza con i media o di una mancanza di fiducia nel governo, nei mezzi di informazione e nei funzionari della salute pubblica. Questa crisi dell’informazione rappresenta un problema profondo che interessa anche la salute mentale e colpisce non solo chi crede a tali affermazioni, ma, in modo ancora più rilevante, le persone e le comunità prese di mira, sospettate e tormentate.

La disinformazione non è una novità

La diffusione di informazioni deliberatamente false o fuorvianti viene trattata come un fenomeno nuovo, il prodotto di una società iper-connessa in cui praticamente chiunque è in grado di usare piattaforme e strumenti digitali per trasmettere e manipolare un messaggio.

Eppure la dottoressa Alice Marwick, Ph.D. e professore associato di media e tecnologie alla University of North Carolina a Chapel Hill, sostiene che, proprio come le teorie del complotto, la disinformazione ci accompagna da tempo sotto forma di propaganda di Stato, dei media e della politica. Marwick dice che “i personaggi frutto della disinformazione”, tratteggiati spesso come “straordinari” e che diventano argomento di commenti frequenti da parte di elementi di primo piano, sono una caratteristica tipica della falsa informazione veicolata dal governo e dai media.

Come nel caso, ad esempio, degli omosessuali descritti come dei pervertiti durante la crisi dell’Hiv/Aids. O delle “welfare queen”, un luogo comune razzista che prese piede negli anni ’80, che dipingeva le donne nere come imbroglione che sfruttavano la generosità del governo. E gli americani di origine giapponese internati durante la Seconda guerra mondiale perché ritenuti traditori.

La disinformazione è “un elemento chiave attraverso il quale i bianchi negli Stati Uniti hanno rafforzato e diffuso la propria supremazia”.

Nei mesi scorsi, Marwick e altri studiosi hanno sottolineato questi ed altri esempi come casi esemplari nel loro programma di “Critical Disinformation Studies”, un progetto che definisce la disinformazione come un elemento chiave attraverso il quale i bianchi negli Stati Uniti hanno rafforzato e diffuso la propria supremazia, insieme all’eteronormatività e al privilegio di classe”.

In altre parole, la disinformazione è spesso razzista. Allo stesso modo, gli autori di uno studio uscito su Pediatrics lo scorso autunno che ha analizzato gli effetti sulla salute mentale del razzismo legato al Covid-19 sulle famiglie cinesi-americane scrivono: “l’esasperazione della xenofobia durante la pandemia riflette la percezione dei cinesi americani come ‘stranieri a vita’, che minacciano la salute fisica e culturale di una società americana bianca, a dominanza anglosassone”.

Marwick e gli altri autori dello studio non si sono focalizzati sul modo in cui il vergognoso tema della disinformazione possa influenzare la salute mentale, ma è chiaro che in questi casi il governo e i media hanno infamato una comunità marginalizzata. Questo atteggiamento si è poi tradotto in una serie di azioni concrete e ha dato vita a leggi per umiliare ulteriormente i soggetti vulnerabili e per ottenere determinati obiettivi a livello politico. Vi ricordate di come agli omosessuali fino al 2015 non era permesso donare il sangue o della riforma del welfare degli anni ’90 improntata a evitare abusi al sistema e non ad aiutare le famiglie o di come gli americani di origine giapponese non potevano rivendicare proprietà o guadagni che avevano perso durante la loro reclusione? Quando è rivolta a un gruppo marginalizzato, la disinformazione può causare stress, ansia e traumi unici.

A demonstrator at a Stop AAPI Hate Rally in Atlanta, Georgia, on Saturday, March 20, 2021.
Un manifestante al corteo Stop AAPI Hate in Atlanta, Georgia, il 20 marzo 2021.

Non sentirsi sicuri nemmeno per strada

L’uso da parte di Trump dell’espressione “virus cinese”, con altre frasi offensive che collegavano inesorabilmente l’identità cinese al Covid-19, ha creato un nemico inesistente. E innumerevoli altre persone hanno seguito Trump. Personaggi di alto profilo, come il commentatore radiofonico conservatore scomparso, Rush Limbaugh, e l’account che posta in rete come Q, hanno dato voce alla teoria del complotto secondo la quale il governo cinese avrebbe creato il coronavirus come arma biologica per far cadere Donald Trump. Teorie che sono andate metastatizzandosi. Il governo cinese ha creato a sua volta una sua disinformazione, accusando gli Stati Uniti di aver creato a tavolino il virus.

L’espressione “virus cinese” ha creato un nemico inesistente.

Una teoria piuttosto diffusa sosteneva che i cinesi che mangiavano la zuppa di pipistrello durante la pandemia erano responsabili della diffusione del virus. Un tipo di informazione fuorviante alimentata da video in cui si vedevano persone che mangiavano quel piatto, ma le riprese erano state fatte fuori dalla Cina molto prima che si presentasse il Covid-19. Le verifiche di fact-checking su tali affermazioni e le proteste contro il linguaggio di Trump non sono riuscite a fermare l’affermazione di un sentimento anti-cinese.

Un nuovo rapporto sull’atteggiamento ostile ai cinese pubblicato dal gruppo di attivisti People’s Action, ha esaminato nel dettaglio il modo in cui il dibattito pubblico che etichetta la Cina come un pericolo per gli Stati Uniti e per i suoi cittadini ha alimentato il razzismo contro gli asiatici.

Tobita Chow, autrice del rapporto, dice che è difficile capire quali tra le informazioni diffuse sui cinesi e gli asiatici durante la pandemia siano teorie del complotto, affermazioni fuorvianti o disinformazione. Anche perché il significato di molti di questi argomenti, tra cui la cosiddetta teoria dell’origine del virus in laboratorio, varia a seconda di chi stia parlando.

Chow, direttrice del progetto Justice Is Global di People’s Action, è convinta che certe personalità politiche e del mondo dei media manipolino idee così che in un determinato contesto la gente possa discutere in modo legittimo delle origini del coronavirus, ma in un altro la discussione alluda a comportamenti malvagi o sostenga apertamente che la Cina sia responsabile della pandemia. Si scivola così su un terreno ambiguo, in particolare sui social media, e diventa difficile etichettare il tipo di informazioni false che la gente condivide.

“Considerarlo un problema della gente che riceve informazioni false comporta dei rischi”, dice Chow. “Queste strategie non sono ben calibrate per affrontare il problema”.

A marzo del 2020, quando è stata fondata STOP AAPI Hate, la coalizione aveva iniziato a raccogliere segnalazioni da parte di persone di origine asiatica o delle isole del Pacifico che avevano subito maltrattamenti o violenze. L’anno successivo hanno segnalato 6.603 incidenti. Un genitore residente nella Bay Area, a San Francisco, ha riferito che sua figlia, di otto anni, era stata “presa in giro e umiliata” dai suoi compagni di classe che si erano rivolti a lei usando termini come “Kung flu” e “coronavirus”. Qualcun altro in Arizona ha riferito di essere stato insultato mentre faceva la spesa da un uomo che lo ha apostrofato come “figlio di puttana cinese”. Quando la vittima ha riposto che non era cinese, l’uomo ha ribattuto: “è lo stesso, siete tutti uguali e siete un virus”.

Former President Trump crossed out corona and replaced it with Chinese in his notes photographed in March 2020 at the White House.
L’ex presidente Trump sostituì ‘corona’ con ‘cinese’ nei suoi appunti fotografati a marzo 2020.

A maggio, l’organizzazione ha diffuso un rapporto in cui si analizzavano gli effetti sulla salute mentale degli americani di origine asiatica che avevano subito episodi di razzismo durante la pandemia. Ed è stato riscontrato che chi era stato oggetto di discriminazioni era rimasto colpito più dal pregiudizio che dalla stessa pandemia. Questo tipo di esperienza era inoltre legata maggiormente ai sintomi dello stress da disturbo post-traumatico.

“Sappiamo che quello che sta succedendo sta avendo delle conseguenze sulla perdita di sicurezza degli americani di origine asiatica e che ha legami profondi con la salute mentale”.

“Sappiamo che quello che sta succedendo sta avendo delle conseguenze sulla perdita di sicurezza degli americani di origine asiatica e che ha legami profondi con la salute mentale”, dice la dottoressa Anne Saw, Ph.D, professore associato di psicologia clinica-comunitaria alla DePaul University che ha condotto uno studio di approfondimento sulle persone che avevano partecipato alla rilevazione di STOP AAPI Hate. Quasi tutti avevano risposto che pensavano che gli Stati Uniti fossero diventati più rischiosi oggi per gli americani di origine asiatica. In uno studio più ampio, a livello nazionale, condotto da Saw, tre quarti dei partecipanti hanno risposto di ritenere il Paese sempre meno sicuro per loro.

“Si tratta di risultati molto significativi perché descrivono l’impatto profondo che la discriminazione sta avendo sugli asiatici americani”, commenta Saw che è anche vice presidente della Asian American Psychological Association. “Se non ci si sente sicuri a camminare per strada, è ovvio che la salute, la salute mentale e tutti gli aspetti della propria vita risultano compromessi”.

Saw ha poi riscontrato che la maggior parte dei partecipanti a entrambi i sondaggi ritenevano che la discussione sui social media e sui mass media relativa al Covid-19, oltre alla retorica politica, avesse alimentato pregiudizi e un atteggiamento negativo nei confronti degli americani di origine asiatica.

Lo studio su Pediatrics rivela che molti dei 543 adulti intervistati, e i loro figli, avevano subito personalmente o avevano assistito a diversi tipi di discriminazione razziale online e di persona almeno una volta durante la pandemia. Un quarto dei genitori e di ragazzi hanno riferito di aver assistito a episodi di discriminazione razziale di persona o online quotidianamente, e questo fattore viene associato a un peggioramento della salute mentale. I coautori dello studio su Pediatrics hanno riscontrato che gli episodi di discriminazione razziale subiti durante la pandemia erano legati a un aumento dell’ansia e di sintomi depressivi. Anche la percezione dei genitori di essere oggetto di discriminazione sembra influire negativamente sul livello di ansia dei figli e sui sintomi depressivi.

La dottoressa Charissa S.L. Cheah, prima autrice dello studio, psicologa dello sviluppo e direttice del Culture, Child, and Adolescent Development Laboratory alla University od Maryland, Baltimore County, dice che anche se i risultati del sondaggio non possono provare che la discriminazione provochi un peggioramento della salute mentale, c’è un legame molto chiaro tra le due esperienze, significativo visto che la paura è aumentata.

I destini di molti gruppi sono legati

Gli americani di origine asiatica hanno convissuto a lungo con le conseguenze della disinformazione che li dipingeva come il “pericolo giallo” o “malati” e “pericolosi”, aggiunge Cheah. “Oggi vediamo che molte di queste idee stanno riaffiorando”, spiega. “Non c’è voluto molto perché risaltassero fuori questi stereotipi”.

Una disinformazione di diverso tipo ha dipinto le persone di origine asiatica come leali ad un altro Paese. Durante la Seconda guerra mondiale, gli americani di origine giapponese venivano visti in modo stereotipato come traditori degli Stati Uniti, anche nelle vignette di Dr. Seuss. Le sue illustrazioni risalenti a quel periodo ritraevano gli americani di origine giapponese come allegri sabotatori. In un disegno del 1942, una marea di giapponesi americani sorridenti si mettevano in fila per ricevere un panetto di tritolo, presumibilmente per distruggere gli Stati Uniti dall’interno.

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Quando la disinformazione ha come bersaglio negativo un gruppo marginalizzato e l’idea prende piede nella coscienza pubblica, le falsità tendono a non morire mai. Anzi, resuscitano in forme diverse. Cheah dice che gli stereotipi utilizzati nelle prese in giro, come l’immagine che ha dato Hollywood degli americani di origine asiatica come persone subdole o goffi outsider (vedi: Long Duk Dong in Sixteen Candles – Un compleanno da ricordare o il controverso Dong Nguyen in Unbreakable Kimmy Schmidt) sono legati a uno stile di disinformazione più diretto.

Cheah sostiene che quello che può essere considerato umorismo quando non ci si sente minacciati può però andare ad aggravare un certo risentimento o odio, che si scatena nei momenti di difficoltà. “Non sono davvero versioni più o meno pericolose di tali stereotipi – ma tutto è collegato”.

“Non siamo vittime indifese, contrattacchiamo”.

Cheah è anche dell’opinione che gli effetti sulla salute mentale della disinformazione vadano al di là della comunità che si trova presa di mira, come nel caso della pandemia da Covid-19. Tutti rischiano di diventare il prossimo obiettivo, perché quando scoppia una crisi, certe persone tendono a individuare in determinati gruppi la causa dei loro problemi e la fonte delle loro paure e ansie. E attaccarli dà loro una falsa e pericolosa sensazione di controllo, spiega Cheah.

“Si tratta di un problema comune che riguarda la sicurezza e il benessere dell’intero Paese”, spiega. “I destini di molti gruppi sono legati”.

La diffusione della disinformazione nei confronti delle persone di origine asiatica esige una risposta articolata. Per Russell Jeung, combattere le conseguenze della disinformazione e del razzismo collegati al Covid-19 vuol dire organizzare delle proteste pubbliche, richiedere maggiori diritti civili e favorire lo studio delle diverse culture, fare pressione per finanziare con contributi federali programmi a favore della sicurezza pubblica e di sostegno, e fornire un aiuto psicologico culturalmente adeguato a chi affronta le conseguenze di traumi a sfondo razziale. Jeung aggiunge che certe consuetudini culturali, come quella di organizzarsi a livello di comunità per mettere a disposizione degli anziani un servizio di accompagnamento, può favorire la resilienza di fronte agli attacchi.

“La nostra storia di americani di origine asiatica è segnata dagli stereotipi del pericolo giallo e da episodi di violenza”, dice Jeung. “E ogni volta non siamo vittime indifese, ma contrattacchiamo”.

Se sentite il bisogno di parlare con qualcuno o avete pensieri suicidi, il numero 112 è il numero unico nazionale indicato dal ministero della Difesa. Si può anche chiamare il Telefono Amico allo 02 2327 2327 dalle 10 alle 24 o i Samaritans allo 06 77208977 dalle 13 alle 22. Ci sono informazioni utili sui fattori di rischio e su come riconoscere i segnali di allarme nelle persone in difficoltà sui sito del Servizio per la prevenzione del suicidio.

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