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Cosa c’è dietro il no di Erdogan all’allargamento della Nato

Secondo Fiamma Nierenstein, da un lato Ankara teme di perdere influenza in Siria, dove costruisce la sua mezzaluna sunnita, dall’altro la sua contrarietà al gasdotto Eastmed fa parte di un gioco al rialzo che coinvolge anche gli F-16 Viper americani

Mediatore o agitatore? Il giorno dopo la chiusura turca al possibile ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato si moltiplicano le riflessioni sulle reali prospettive geopolitiche sul Bosforo. Passaggio che in queste ore è al centro del vertice informale dei ministri degli Esteri della Nato a Berlino, a cui prende parte anche il ministro Luigi di Maio, in arrivo dal G7 nello Schleswig-Holstein. Gli ospiti, oltre a ragionare sulla postura di Turchia e Russia riflessa nell’alleanza atlantica, si ritrovano anche a dover gestire le schermaglie tattiche dei due paesi.

Da un lato Ankara fa una mezza marcia indietro, sostenendo di non aver chiuso la porta all’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato, “ma vuole negoziati con i Paesi nordici e un giro di vite su quelle che vede come attività terroristiche ospitate soprattutto a Stoccolma” (come detto da Ibrahim Kalin, portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan). Dall’altro Mosca definisce un errore l’ingresso di Helsinki e Stoccolma nella Nato.

Nirenstein

Secondo Fiamma Nirenstein, giornalista, scrittrice e tra le altre cose membro del Jerusalem Center for Public Affairs (Jcpa), l’accusa in sé per sé di Erdogan è piuttosto irrilevante e insufficiente rispetto alla richiesta della Finlandia (che condivide 1300 chilometri di confine con la Russia) e della Svezia, dice da Gerusalemme a Formiche.net. “Ambedue hanno delle buone ragioni per immaginarsi parte della Nato in un momento in cui si sentono minacciate ed è difficile dar loro torto. Se poi, nell’ambito di una trattativa internazionale si volesse stabilire che il momento non è adatto, magari posponendo tale richiesta ad un frangente più favorevole alla pace, allora questo sarebbe tutto un altro discorso. Ma che a causa del loro atteggiamento nei confronti dei curdi questi due paesi debbano vedersi negato il diritto di accedere all’alleanza atlantica, protettiva rispetto ad un pericolo che è chiaro e presente, soprattutto nei confronti della Finlandia già invasa nel 1939, mi sembra pretestuoso”.

Self center Recep

Come pesare le parole di Erdogan allora? “Si tratta di un atteggiamento figlio delle consuete politiche basate su se stesso, in inglese diremmo self center – aggiunge Nirenstein – per cui le ipotesi possono essere svariate: è chiaro che farebbe un favore a Putin in questa circostanza, mantenendo così un rapporto che gli conviene nella costruzione del suo asse di una mezzaluna sunnita, a fronte di quella sciita che lui teme in Siria. E’ lì infatti che il rapporto con la Russia potrebbe deteriorarsi, circostanza che gli farebbe perdere influenze in loco, queste ultime davvero dominanti rispetto alla questione curda”.

Dossier energetico

Di contro la sua postura gli consente di avere una presenza ingombrante sulla politica internazionale in generale che in questo momento ha particolare rilievo, data la questione dell’energia. “Erdogan – precisa Nirenstein – è stato sempre contrario al gasdotto Eastmed, che coinvolge Israele, Grecia e Cipro: anche per questa ragione gli Usa hanno fermato il progetto. Quindi ha ammesso di essersi pentito dell’ingresso greco nella Nato nel 1952: non a caso lo dice come un lapsus, ovvero i suoi interessi primari si riflettono solo negli equilibri energetici boicottando le mosse che possono portare alla ripresa grazie a Eastmed”.

Dagli F-35 agli F-16

Non solo energia e Siria, la partita giocata da Ankara comprende anche un possibile approvvigionamento bellico dagli Stati Uniti, che sono passati dall’aver espulso la Turchia dal programma degli F-35 per il concomitante acquisto degli S-400 russi, alla quasi vendita degli F-16 Viper su cui Antony Blinken si è detto aperturista. “Tutte le mosse che danno più potere a Erdogan, spingendolo in una prospettiva in virtù delle prossime elezioni, rappresentano un errore – aggiunge – Vedo in questa decisione il solito errore americano, commesso anche da Trump, di vedere Erdogan come un alleato affidabile: non è così, perché fa solo i propri interessi, che in questo momento riflettono anche la gravissima situazione economica e finanziaria in cui il suo paese si trova”.

@FDepalo

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