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Convulsioni sul penale all’ultimo chilometro: ora l’altolà è della Lega

Poteva finire in discesa? Macché. La sfibrante trattativa sul processo penale va ai supplementari, ai calci di rigore e se possibile a qualche altro prolungamento. Incassato il via libera di massima del Movimento 5 Stelle, ora Mario Draghi e Marta Cartabia fanno i conti con un’altra donna di ferro, Giulia Bongiorno. È lei, plenipotenziaria di Matteo Salvini sulla giustizia, a dichiarare: «Si eviti che a causa delle disfunzioni della macchina giudiziaria vadano in fumo processi per reati gravi: quelli per associazione di stampo mafioso» ma anche per «associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e per i reati di violenza sessuale».

Tradotto: il Carroccio chiede di allungare ancora l’elenco dei delitti per i quali l’appello dev’essere no limits, potenzialmente infinito. Salvini lo conferma personalmente al premier, con una telefonata serale. A quel punto i 5 Stelle mettono fanno sapere che sui processi illimitati a chi è accusato di stupro sono d’accordo. Difficile, in condizioni del genere, che la guardasigilli possa presentare oggi in Consiglio dei ministri la versione riveduta e corretta del proprio maxiemendamento. Non è impossibile ma pesano i nuovi avvitamenti sul ddl penale esibiti in una giornata come quella di ieri. Anziché partire con l’esame del testo ( e degli emendamenti) in commissione Giustizia, si sono imboccate un paio di vie traverse: prima un vertice fra la ministra e i capigruppo di maggioranza, con richieste di modifica avanzate da FI, Azione e Lega, poi le “condizioni” poste da Bongiorno, fino all’inevitabile rinvio dei lavori e al sigillo del Capitano leghista.

La commissione presieduta da Mario Perantoni era stata convocata nella comoda Sala del Mappamondo per il pomeriggio, dopo un primo slittamento dovuto all’impasse sull’equo compenso. Poi alle 19.30 si è preso atto che il campo era almeno temporaneamente impraticabile, e l’esame della riforma è stato rinviato. Ma come si spiega la crisi sotto lo striscione dell’ultimo chilometro? Col nervosismo innanzitutto. Da una parte, le tensioni accumulate negli ultimi giorni per la trattativa fra governo e 5 Stelle sull’improcedibilità hanno creato una specie di riflesso condizionato in tutti i partiti: c’è una difficoltà politica a finalizzare, derivata dalla lunga attesa. Ma oltre al generale peggioramento del clima, c’è un problema più specifico. La trattativa sui tempi limite in appello e Cassazione è ormai condotta direttamente da Draghi. In realtà, come riportato ieri dal Dubbio, il lodo sottoposto a Conte è ormai definito, e accettato dai grillini: sono sottratti all’improcedibilità tutti i reati di mafia e terrorismo, viene sancito l’allungamento a 3 anni dell’appello per i processi di corruzione. Tutto chiaro.

Ma le insidie come al solito finiscono nei dettagli. Tra quelli in sospeso, c’è il perimetro esatto delle fattispecie destinate a un appello senza limiti di durata: le richieste pentastellate hanno imposto affinamenti, agli uffici legislativi, che hanno richiesto qualche ora in più. Nel frattempo il nervosismo degli altri è cresciuto a dismisura, ed ecco perché la Lega è arrivata a chiede l’esclusione dall’improcedibilità per altri reati. L’attesa sul sì ufficiale del Movimento ha insomma spinto a irrigidirsi anche chi, come la responsabile Giustizia del Carroccio, il giorno prima aveva giurato fedeltà all’accordo raggiunto in Consiglio dei ministri l’ 8 luglio.

Fa notare un deputato della commissione giustizia esperto della materia, Federico Conte di Leu: «Serve un accordo alto, che tenga insieme le due istanze principali, vale a dire la certezza dei tempi e la certezza della pena: se si tratta di scongiurare rischi insopportabili di mancata definizione in alcuni processi, d’accordo, ma lo si faccia senza stravolgere la norma sull’improcedibilità, che non può restare un contenitore vuoto». È esattamente il punto: aggiungere altri reati alla lista delle eccezioni finirebbe di fatto per annullare il rimedio al “fine processo mai”.

Ci sono altri correttivi invocati da Forza Italia e Azione, in particolare sul giudice monocratico in appello. Altri ancora che è la Lega a reclamare: riguardano l’estensione del patteggiamento e della messa alla prova, malvisti dal Carroccio fin dall’era gialloverde. Di fatto, nella riunione mattutina fra Cartabia e i capigruppo si discute solo di questi ultimi aspetti. Si individuano pure delle soluzioni, pronte per essere votate in commissione nel pomeriggio. Poi le parole di Bongiorno costringono allo stop. Dal punto di vista dell’iter, ci si è già rassegnati a cestinare gran parte dei 400 emendamenti lasciati sul tavolo dai partiti: tanto è vero che la commissione Giustizia avrebbe dovuto procedere di gran lena fino all’articolo 12, a colpi di pareri negativi espressi dal governo, che avrebbero costretto i deputati a ritirare le loro proposte di modifica, tranne che sulle poche materie ridiscusse nella riunione mattutina.

Poi oggi si sarebbe arrivati all’articolo 13, che riguarda le impugnazioni ma che non dovrebbe creare particolari attriti, quindi al 14 e al 14 bis, cioè gli articoli su prescrizione e improcedibilità. Si era già messo in conto di parlarne dopo il Consiglio dei ministri che oggi pomeriggio avrebbe dovuto dare il via libera politico al lodo Draghi- Conte: da lì si sarebbe corsi in commissione a ratificare l’intesa sul piano parlamentare. Non è escluso ci si riesca in extremis. Ma il presidente del Consiglio, a quanto si intuisce, non è disponibile alla trattativa infinita: mette in conto anche di arrivare domani in Aula col vecchio testo Bonafede e l’emendamento Cartabia di inizio luglio, arma della fiducia in pugno. Dal suo punto di vista, che la riforma del processo penale vada per aria è ipotesi non contemplata.

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