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Conte il migliore, Letta il peggiore. Ecco le pagelle dei leader

Buona prova di Calenda, secondo classificato, mentre Meloni paga qualche scivolone sul finale di corsa. Promossi, rimandati e bocciati: ecco i nostri voti sulla campagna elettorale

GIORGIA MELONI, 6,5

Ha iniziato bene ma si è persa per strada. Giorgia fa politica sin dai banchi di scuola e si vede: ha mestiere, a volte mestieraccio. Ha retto in modo esemplare l’offensiva sulla Fiamma uscendo dalla trappola senza neppure un graffietto. La performance olimpica e dialogante con il contestatore salito sul palco è stata magistrale. A metà corsa ha un po’ perso i nervi, ha ceduto alla tentazione del vittimismo, ha svelato tratti autoritari, sia in generale che all’interno della coalizione. Ha chiuso decisamente peggio di come aveva aperto ma non ne verrà danneggiata. Le mosse vincenti le aveva messe a segno prima della crisi: il tempismo nel reinventarsi atlantista, la scelta di puntare l’intera posta sulla coerenza, tanto più vincente a fronte dello spettacolo increscioso e a tratti pagliaccesco messo in scena da tutti gli altri. Ma i problemi emersi nel rush finale potrebbero riproporsi, esiziali, se e quando si tratterà di governare.

MATTEO SALVINI, 5

Opaco, spento, il più deludente con Letta. Il Capitano ha rimesso in scena la stessa pièce teatrale di quattro anni senza rendersi conto che nel frattempo è cambiato tutto ed è cambiato anche l’esasperazione diffusa tra gli elettori. Dopo il Covid, la guerra, la crisi non si traduce più in rabbia verso gli immigrati. È’ più generalizzata, forse più torva e Salvini non si è dimostrato in grado di interpretarla a differenza dell’alleata rampante. In più sconta le giravolte di una legislatura che ha disilluso anche i più fedeli. A urne chiuse rischia di vedersela brutta. Anzi bruttissima.

SILVIO BERLUSCONI, 6

Quando si tratta di campagne elettorali, il campione assoluto, nella storia repubblicana, è stato Silvio Berlusconi. Ci ha provato anche stavolta a onta dell’età e già solo per questo merita l’applauso, anche se i risultati non sono stati e non potevano essere brillanti. Ha puntato sulla nostalgia, riproducendo a volte sin nei particolari la coreografia della “discesa in campo”, quasi tre decenni fa ignorando il rischio di apparire un po’ patetico. Ha cercato di trasformare il suo limite, l’età, in carta vincente reinventandosi come padre saggio e moderato circondato da infanti litigiosi. Gli giocava però contro non solo l’anagrafe ma anche l’impossibilità di potersi credibilmente proporre come autorità di ultima istanza, quale è stato per decenni. Difficilmente il suo partito uscirà in piedi dalle urne ma lui personalmente esce dalla prova a testa alta.

GIUSEPPE CONTE, 8

Il migliore in campo e non c’è da stupirsene. Da sempre Conte eccelle nella costruzione della sua immagine: curata nei particolari, accattivante ma non debole. L’avvocato buca lo schermo, crea facilmente la connessione empatica, riscuote fiducia. Ha avuto fortuna ma la ha saputa sfruttare. In coalizione con il Pd sarebbe stato soffocato, senza possibilità di dispiegare il suo talento e se fosse stato per lui il coraggio di rompere quell’alleanza in cui languiva non lo avrebbe avuto. Circostanze e scelte altrui lo hanno costretto al passo che di suo non osava però da quel momento è stato impeccabile. Ha trasformato il declinante Movimento in una forza tutta schierata a sinistra: elettoralmente parlando terre tornate vergini. Si è offerto come rappresentanza delle fasce povere impugnando come vessillo il reddito di cittadinanza. Ha battuto il sud con la lena instancabile del piazzista nato. Era dato per spacciato. Rischia di uscire vincitore morale della gara elettorale.

ENRICO LETTA, 4

La campagna elettorale non è la sua tazza di tè. La sua campagna è stata dall’inizio priva di rotta e strategia, in balia dei venti. È partito con l’ “agenda di Draghi”, ha capito che la carta era perdente e ha sterzato verso il voto utile solo per scoprire che per rendersi utili troppi elettori avrebbero dovuto votare M5S. Così ha preso a menare fendenti contro Orbàn e Putin invece che contro Meloni e Salvini. A inizio campagna chiedeva di considerare le elezioni come un proporzionale, con in mente il miraggio di un Pd al 30 per cento e primo partito. Quando ha aperto gli occhi sulla cruda realtà ha rovesciato la linea: «Chi non vota per noi fa un regalo alla destra». In extremis sembra averci ripensato per l’ennesima volta. Vede «opportunità triangolari che rendono molto meno facile la vittoria della destra». Vota Giuseppi. È uno di quei casi in cui il professore di buon cuore non dà il voto e consiglia di riprovarci in futuro. O di cambiare facoltà.

CARLO CALENDA, 7

Guida i moderati ma lo fa come un forsennato. Mira a rappresentare le fasce colte e benestanti, dalle quali peraltro proviene. Ma lo fa con lo stile di un coatto di borgata,combattente di strada. Carattere certo ma forse anche calcolata costruzione del personaggio. Doveva contendersi la leadership di un potenziale Centro con una miriade di galli, tutti decisi a far valere il peso della propria compagnia di ventura. Lo ha fatto ricorrendo, come Meloni, sulla coerenza, merce in Italia rarissima. Ma lo ha fatto anche mettendo in campo un personaggio a tinte forti, di quelli che o li ami o li odi. Gli ha dato una mano Renzi, accettando di restare in secondo piano e con un ego pronunciato quanto il suo non deve essere stato facile. Ma se i due riusciranno ad andare avanti in coppia nonostante dissapori e insofferenze e se gli elettori gli daranno una mano a porre la prima pietra, il loro Terzo Polo non sarà una meteora.

GLI OUTSIDER

Nicola Fratoianni, n consorzio con il verde Bonelli dalla lista Si/Verdi , è un outsider ma solo a metà: è in coalizione con il partito più istituzionale che ci sia, il Pd, ma solo in veste di compagno di strada transitorio. Obiettivo: calamitare i voti di chi vorrebbe votare Pd ma non se la sente e cerca una via obliqua. E’ un gioco di rimessa e come tale il leader ha giocato l’intera. I veri outsider, uno a destra, l’altro a sinistra, sono Gianluigi Paragone, con la sua Ital Exit, e l’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris leader di Unione popolare. Il primo si è costruito base sociale tra i No Vax e i No Euro, il secondo nell’arcipelago della sinistra radicale. Sono le sole forze antisistema e nei media hanno avuto spazi quasi inesistenti. Se uno o l’altro o entrambi passassero la soglia di sbarramento nonostante il muro da cui sono stati circondati sarebbe un fatto rilevante in sé. Potrebbe succedere.

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