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Commercio e cannoni, una scelta etica. Scrive Pennisi

Putin e i suoi consiglieri hanno pensato che la dipendenza economica di numerosi Stati dell’Unione europea dal gas e dal petrolio russo era tale che non sarebbero scesi effettivamente in campo. E sino ad ora il Cremlino ci ha azzeccato…

Non credo che Vladimir Putin abbia conoscenza di storia americana, ma forse, nel suo entourage, lo hanno informato sugli inizi della guerra di secessione il 12 aprile del 1861, quando a Fort Sumter (di fronte a Charleston nella Carolina del Sud) vennero sparate le prime cannonate, i «confederati» del Sud erano convinti di vincere non solo perché – come documentato dal Premio Nobel Robert Fogel – il loro sistema economico (pur basato sulla schiavitù) era più «efficiente» di quello dell’industria nascente al Nord, ma perché contavano sul fatto che la Gran Bretagna sarebbe corsa in loro aiuto. Infatti, in Gran Bretagna stava fiorendo il tessile, la cui «materia prima» (il cotone) proveniva in grandissima misura dagli Stati che avevano deciso di secedere dal resto dell’Unione.

Ma Londra non rispose: si dichiarò «neutrale». Con lo Slave Trade Act del 25 marzo 1807 in Gran Bretagna era stato abolito il commercio degli schiavi. Si tratta di una legge, che entrerà in vigore a partire dal 1° gennaio 1808, il cui nome completo è “An act for the abolition of the slave trade”, cioè un atto per l’abolizione della tratta degli schiavi. La legge aboliva il commercio degli schiavi nell’Impero Britannico, ma non la schiavitù di per se stessa: bisognerà aspettare altri ventisei anni perché la schiavitù venga effettivamente cancellata, grazie allo Slavery Abolition Act del 1833. Nel 1861, meno di trent’anni dopo, Londra non voleva dare neanche l’impressione di allearsi con Stati che si erano confederati proprio per preservare un sistema economico che sulla schiavitù si basava. Il tessile britannico tenne stretti i denti per quasi cinque anni, ma trovò altre fonti di approvvigionamento (Egitto, Sudan) e si riprese alla grande.

Putin ed i suoi consiglieri hanno pensato che la dipendenza economica di numerosi Stati dell’Unione europea (Ue) dal gas e dal petrolio russo era tale che non sarebbero scesi effettivamente in campo. E sino ad ora il Cremlino ci ha azzeccato.

La dipendenza nasce in gran misura dall’Ostpolitik in Germania (che riteneva che stretti rapporti commerciali bilaterali con la Federazione Russa avrebbe portato questa ultima a «occidentalizzarsi») e da quella che era parsa in Italia una convenienza economica sui prezzi e su contratti di lungo periodo. L’aggressione della Federazione Russa all’Ucraina dovrebbe farci aprire gli occhi ed ammettere, alla grande, che ci siamo sbagliati. Soprattutto nel pensare – lo ho fatto anche in libri pure di diversi anni fa- che un commercio più libero sarebbe stato la porta per un mondo più libero. E più in pace.

Nonostante l’integrazione economica internazionale, molto accelerata dalla telematica, i sistemi valoriali non solo restano differenti ma si distanziano sempre di più. Nell’ultima analisi della World Values Survey Association, ad esempio, si legge «c’è una divergenza prevalente tra i valori prevalenti nei Paesi a basso reddito ed in quelli dominanti nei Paesi a alto reddito». La Russia, nonostante il suo smisurato territorio e le sue enormi risorse naturali, si situa tra i Paesi a basso reddito e – come ha sottolineato di recente il Premio Nobel Paul Krugman – tra quelle autocrazie «più interessate al potere che alla prosperità e che vedono l’integrazione economica come un licenza per comportarsi male sulla base dell’ipotesi che le democrazie faranno più o meno finta di niente perché hanno troppi interessi nel benessere delle loro popolazioni».

Cosa fare? Seguire l’esempio della Gran Bretagna nel 1861 e chiudere subito i rubinetti al gas naturale e petrolio russo, in piena consapevolezza che ci vorrà del tempo per trovare alternative per diversificare le fonti di approvvigionamento? Ciò sarebbe coerente con il nostro sistema valoriale, ma potrebbe creare difficoltà economiche ed un aumento delle diseguaglianze all’interno dei nostri Paesi. Oppure chiudere un occhio in attesa di avere altre fonti di approvvigionamento?

La scelta non è solo economica e politica, ma soprattutto etica.

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