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Come fare un Pride quando tutta l’estrema destra ti vuole morto: la battaglia della Georgia queer

La comunità Lgbtq in Georgia non ha vita facile. In un Paese diviso tra la possibilità di abbracciare l’Europa o lasciarsi divorare di nuovo dalla Russia, la Chiesa Ortodossa guida la violenza dei gruppi estremisti contro ogni possibilità di apertura verso le persone queer.

La cosa più difficile in questo clima è tenere una marcia per il Pride. Nella capitale Tbilisi, nonostante i grattacieli che lascerebbero intendere una certa libertà, è un’impresa proibitiva ai limiti del Medioevo. Quella che potrebbe essere un’occasione per il Paese di dimostrarsi aperto ai diritti in chiave occidentale è sempre stata soppressa dalle orde destrorse nel silenzio dello Stato. Così tanto fa paura la libertà Lgbtq che gli attivisti, pochi in un contesto in cui basta una bandiera per perdere la vita, vengono prima accerchiati, poi malmenati.

Alla marcia 2018 i rivoltosi hanno assediato l’evento, rompendo il debole cordone della polizia e costringendo all’evacuazione i manifestanti arcobaleno in piccoli bus gialli, colpiti a calci e pugni.

L’estrema destra occupa fisicamente gli spazi del Pride.

Nel 2019 il documentarista inglese John Eames riesce a seguire gli sforzi per organizzare un nuovo Pride, seguendo nel dettaglio le vite degli organizzatori. Lo racconta in March for Dignity. Il docufilm è del 2020 ma è stato presentato per la prima volta in Italia solo nell’edizione di agosto 2021 del Nòt Film Fest, la rassegna di cinema indie a Santarcangelo di Romagna.

Per gli attivisti georgiani, anche il 2019 è un incubo. Minacciati di morte, sono costretti ad anticipare le mosse dell’estrema destra religiosa, annullando gli incontri anche con pochi minuti di anticipo, per evitare la strage. Giocano d’anticipo o di furbizia, come quando viene sventolata una bandiera Lgbtq da un drone sulla piazza occupata dai contromanifestanti. Una marcia alla fine ci sarà, pochi metri, mezz’ora, una trentina di persone. La rilevanza mediatica è enorme: loro pacifici, gli altri violenti.

Nel 2020 il Pride viene annullato per colpa della pandemia. L’edizione di luglio 2021 si tiene, ma finisce nel disastro: 50 giornalisti picchiati, la sede degli attivisti del Pride bruciata. Poi però scendono in piazza in 7 mila. Le bandiere dell’Ue e quelle arcobaleno sventolano insieme davanti al palazzo del governo. La società civile si sveglia e abbraccia la comunità queer. È una prima vera vittoria, ma quanti anni per costruirla.

“Il Pride del 2021 si è rivelato un momento vergognoso per la storia della Georgia – commenta a Mashable Italia il documentarista John Eames – Il governo ha protetto gli eventi di apertura del weekend, ma la mattina della marcia si è sottratto alle sue responsabilità, non ha difeso il diritto dei suoi cittadini a protestare pacificamente e ha lasciato e incoraggiato con la sua assenza la violenza. Il risultato sono state rivolte e attacchi agli uffici degli organizzatori e ai giornalisti. È morto un cameramen, Lekso Lashkarava. E un turista polacco è stato accoltellato perché indossava un orecchino”.

L’edizione 2019 non era stata meno difficile. Da giornalista, è stato pericoloso anche all’epoca?

“Me lo chiedono spesso e dico sempre che ero nervoso, ma venivo visto come un membro dei media, e siccome c’era una grande copertura televisiva, mi sentivo sicuro. In retrospettiva, visto quel che è successo quest’anno, fa abbastanza paura pensare a quel che sarebbe potuto accadere anche allora. E siccome ero molto vicino e avevo un accesso esclusivo ai membri del Pride di Tbilisi, ed ero familiare con i gruppi di estrema destra, avendo intervistato alcuni di loro, forse ero ancor più vulnerabile alla violenza”.

Come si è approcciato agli estremisti?

“Ho cercato dei mediatori che potessero presentarmi a loro e uno mi disse che bastava contattarli e che avrebbero concesso un’intervista ed è esattamente quel che è successo. Col tempo alcuni mi hanno presentato ad altri membri. Anche se ero chiaramente prevenuto, avendo accesso al gruppo che organizzava il Pride di Tbilisi, erano comunque contenti di condividere con me le loro idee e ho cercato di essere imparziale alla loro presenza e nel modo in cui ho condotto le interviste”.

Il documentario ha aiutato in questa battaglia?

“Quel che hanno fatto con il Pride di Tbilisi è stato davvero coraggioso e inestimabile: hanno elevato la loro situazione a questione globale e il loro attivismo ha portato a galla il bigottismo della Georgia. Così facendo si sono guadagnati un appoggio tra la gente. Tutti nel Paese sanno che la violenza e la persecuzione sono opera di una piccola minoranza. Dopo il Pride del 2021 sono scesi in piazza in migliaia per manifestare a supporto della marcia e contro la violenza che aveva colpito la comunità Lgbtq e la libertà della stampa. Perciò spero che il mio film possa continuare a giocare una piccola parte nell’attirare il supporto internazionale, così necessario dopo gli eventi di quest’anno”.

Cosa resta di questa esperienza?

“(…) Parte dell’importanza del documentario per me è stato mostrare come la comunità Lgbtq sia unica a livello mondiale. Non importa se tanti Pride procedono già in sicurezza e con un’atmosfera rilassata in altre parti del mondo. Bisogna comunque mettere al primo posto i Pride più vulnerabili nelle nostre proteste e nell’aiutare chi muove i primi passi nel percorso verso la libertà”.

Mashable Italia è stato media partner del Nòt Film Fest 2021.

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