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Caro energia, l'industria rischia di fermarsi: a Genova già 25 lavoratori in cassa integrazione – Genova 24

Genova. È la fonderia Sorame la prima azienda del territorio genovese ad aver attivato la cassa integrazione a causa dei rincari sul costo dell’energia. Per ora un caso isolato, che tuttavia rischia di finire in nutrita compagnia nei prossimi mesi se non interverranno misure per evitare il tracollo economico dei settori più esposti, quelli che hanno bisogno di grandi quantità di gas ed elettricità per assicurare la produzione.

“I 25 lavoratori della Sorame sono in cassa integrazione a rotazione già da aprile – riferisce Ivano Mortola, sindacalista della Fiom Cgil che ha seguito il caso -. È un’azienda che potenzialmente avrebbe molto lavoro, vista l’esigenza di materie prime sul mercato, ma il costo dell’energia rende la produzione insostenibile in questo momento”.

La fonderia, aperta nel 1947 a Ceranesi, produce lavorati e semilavorati in bronzo con un impianto di fusione a calata continua. “A marzo il gas per alimentare i forni costava mediamente 20mila euro al mese, oggi sono arrivati a 120mila euro. La difficoltà è facilmente comprensibile”. Nel frattempo qualcun altro si avvantaggia: “In Spagna le fonderie con forni elettrici alimentati da pale eoliche riescono a produrre a costi inferiori e stanno conquistando il mercato – riferisce Mortola -. Questo dimostra che è necessario puntare su energie alternative creando infrastrutture ad hoc, ma in Italia sono discorsi che restano lettera morta. Se i costi dovessero ulteriormente aumentare, qualcuno rischia proprio di chiudere“.

Difficile stimare quante siano le fabbriche a rischio. Di certo la situazione è drammatica anche per le cartiere (molte hanno sede nell’entroterra di Voltri e stanno riavviando ora l’attività dopo le ferie estive) e per le industrie della ceramica, concentrate nell’entroterra savonese. Ma anche altri settori sono sull’orlo del precipizio: “Abbiamo già avuto qualche segnale d’allarme e la preoccupazione è che dai prossimi giorni partano le prime procedure di cassa integrazione – avverte Silvano Chiantia, segretario generale della Filctem Cgil di Genova -. I maggiori timori riguardano le lavanderie industriali, che già prima lavoravano a fatica e adesso stanno affrontando costi ingestibili. Sappiamo che le aziende chimiche di Multedo hanno costi triplicati. Abbiamo brutte sensazioni per le imprese più piccole, mentre le multinazionali per adesso non ci hanno comunicato ancora nulla”.

Nei giorni scorsi a lanciare l’allarme era stato Christian Venzano, segretario ligure della Fim Cisl: Già adesso è stata triplicata la bolletta e potrebbe aumentare ancora. Si tratta di cifre estremamente importanti che possono condizionare l’operatività delle aziende. Corriamo il rischio di un lockdown produttivo che avrebbe conseguenze ancora più pesanti del precedente legato alla pandemia quando tutto il mondo si era fermato: così si perdono fette di mercato e non possiamo permetterci una situazione simile che avrebbe effetti anche e soprattutto dal punto di vista occupazionale. Bisogna intervenire velocemente, è un problema che riguarda tutto il nostro paese e non si può aspettare l’insediamento del nuovo governo: è una priorità assoluta, ogni giorno perso può creare ulteriori difficoltà. E si deve dare particolare attenzione al panorama ligure perché dobbiamo evitare che le nostre aziende industriali siano costrette a ridurre la produttività per il caro energia con il reale pericolo della perdita di commesse”.

C’è poi il caso di chi, oltre ai rincari sull’energia, sconta le difficoltà di approvvigionamento delle materie prime: un mix che rischia di essere letale. Un esempio è la New Tech System (Nts), azienda genovese specializzata nell’elettronica di potenza e controllo con un portafoglio clienti che spazia da Fincantieri a Rfi, da Abb a Leonardo. “Purtroppo siamo in una tempesta perfetta – spiega il fondatore e amministratore delegato Davide Rossi – perché non solo è cresciuta la bolletta per il funzionamento dei macchinari, ma la carenza di semiconduttori sta anche rallentando gli ordini. Così non riusciamo a crescere, sia perché il materiale non arriva sia perché la produzione ha un valore aggiunto inferiore rispetto alla normalità. Inoltre, per non pagare penali sulle commesse, siamo costretti a comprare il materiale a 20, 30, 40 volte il prezzo normale“.

Al momento non sono all’orizzonte provvedimenti drastici che coinvolgano i 140 dipendenti sugli stabilimenti di Genova e Roma. “Però abbiamo dovuto rallentare la produzione in uno degli stabilimenti per la mancata disponibilità del materiale – precisa Rossi -. Abbiamo ritardi di 6-8 mesi sul ciclo normale”. Le aspettative per l’autunno comunque non sono buone: “Siamo ancora più preoccupati perché temiamo che le elezioni politiche a settembre non agevoleranno la tenuta del Paese. Dal governo ci aspettavamo qualcosa di più concreto: sono stati attualizzati i costi delle materie prime sulle nuove gare, ma non su quelle già aggiudicate. Oggi, sui contratti del 2022, noi ci aspettiamo una perdita almeno del 20%“. Sul fronte energetico l’azienda sta cercando di porre rimedio all’esplosione dei costi, ma gli effetti non saranno immediati. “Abbiamo avviato un progetto per coprire tutto il tetto dei nostri capannoni con pannelli fotovoltaici in modo da essere il più possibile autonomi. È stato un errore strategico, avremmo dovuto pensarci prima, ma nessuno avrebbe mai pensato che ci saremmo trovati in questa situazione”.

Tra i materiali che scarseggiano (e che hanno subito di conseguenza un’impennata dei prezzi) c’è anche l’acciaio. A farne le spese sono realtà come la Denios di Isola del Cantone, che produce sistemi di stoccaggio e smaltimento per batterie e sostanze pericolose, ma anche macchinari, pompe, impianti di pompaggio e ventilazione.

“Negli ultimi due anni abbiamo registrato aumenti dei costi a tre cifre – racconta il direttore generale Stefano Regazzoni -. Ci siamo attrezzati per avere più scorte, ma non è possibile farne all’infinito. E non tutto l’incremento dei costi è possibile trasferirlo al cliente. Inoltre ci mancano accessori, impianti e valvole. Questo ci sta creando grossi problemi perché, in base ai componenti che mancano, siamo costretti a cambiare i progetti”. All’attivo in Italia ci sono una quarantina di dipendenti: “Non prevediamo nessun blocco della produzione – aggiunge Regazzoni – ma è chiaro che sia un momento di selezione per il mercato. Purtroppo stiamo pagando le conseguenze di uno Stato che non è più indipendente non solo sull’energia, ma neanche sulle materie prime”.

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