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Carlo Emilio Gadda, genio controcorrente e conservatore: l’amarezza al Premio Strega del ’52

Carlo Emilio Gadda

“Avevamo per lui curiosità, deferenza, ammirazione, stupore, incredulità, perché la sua cultura scientifica prevaleva su ogni altra. Poi anche scoprimmo la sua cultura umanistica e altre forme di cultura ma sotto un manto di riservatezza schiva… insomma era un personaggio molto strano”. Brano tratto dall’articolo “Il re dell’imprevedibile” comparso sul Messaggero del 9 gennaio 1994, a firma di Eugenio Montale. Si riferiva alla figura di Carlo Emilio Gadda. Conosciuto anche come “Il gran lombardo”, titolo del libro a lui dedicato dall’amico Giulio Cattaneo nel 1973.

Interventista, si arruolò volontario alla Grande Guerra

In quel “gran lombardo”, erano riassunte caratteristiche fisiche quale la sua imponenza, si alludeva ovviamente alla statura dello scrittore, e all’importanza della sua formazione complessiva di origine meneghina. Era nato a Milano infatti il 14 novembre del 1983 e ci lascerà il 21 maggio del 1973. Apparteneva quindi a quella generazione che fu “presa in pieno” da tutte le poderose scosse dal quale fu investito il secolo entrante. Prima fra tutte, l’incombenza di una guerra, che sarebbe stata combattuta da un numero di Nazioni coinvolte che non aveva precedenti. Non a caso fu definita mondiale. A fronte del drammatico scenario che si andava prospettando, la Comunità Nazionale fu chiamata a prendere posizione. Come molti, il futuro scrittore, da subito si schierò su posizioni interventiste. Partecipando anche a manifestazioni di piazza. Scelta, che a coinvolgimento ufficiale dell’Italia negli avvenimenti bellici, lo portò coerentemente ad arruolarsi. Volontario, come ufficiale negli Alpini. Dopo la sconfitta di Caporetto, cadde prigioniero.

Gadda e l’adesione al fascismo

Rientrato in Italia, diede compimento agli studi intrapresi, quelli in Ingegneria Elettrotecnica. La laurea in una materia così distante dalle inclinazioni letterarie de “Il gran lombardo”, fu di fatto obbligata. Le forti pressioni esercitate dalla madre in tal senso furono determinanti. Per Gadda il rapporto con la madre, non ebbe mai soluzione. Alimentato costantemente, da sentimenti, considerazioni, conflittuali e contrastanti. Al ritorno dalla prigionia Gadda, apprese dell’avvenuto decesso del fratello Enrico nel corso di alcune operazioni belliche. Notizia che l’addolorò profondamente, era legatissimo a lui tanto che ebbe a definirlo: la parte migliore e più cara di me stesso. Le ebollizioni del nuovo secolo, non si esaurirono certo con la fine del primo conflitto mondiale. La società italiana fu segnata da fortissime tensioni, specialmente nell’Italia centro settentrionale, che spesso sfociarono in tumulti. Occupazione di fabbriche, aziende agricole. Bersaglio di aggressioni furono anche sacerdoti e reduci. Periodo compreso tra il 1919 e il 1920, definito “Biennio rosso”. In un simile contesto di accese passioni, l’Ingegnere volle essere partecipe delle temperie dei suoi tempi, aderendo nel 1921 alla formazione politica costituita a Roma il 9 novembre dello stesso anno con il nome di Partito Nazionale Fascista.

Un ingegnere con la passione per la scrittura

La qualifica di Ingegnere, gli diede l’opportunità di trovare celermente impiego. Funzionò per un periodo come parafulmine, adeguato a sventare nuove fasi di ristrettezze economiche, già vissute dalla famiglia per alcuni investimenti paterni che risultarono essere non indovinati. Riuscire a fare fronte a simili eventualità, non riusciva a colmare e pacificare le inquietudini esistenziali di Gadda. Nel suo intimo, il coronamento del desiderio di scrivere, doveva in qualche modo trovare appagamento. L’occasione per dare una prima risposta a questa esigenza, si materializzò nel 1927, cominciando la collaborazione sulla rivista di letteratura Solaria. La rivista era stata fondata un anno prima. Tra i collaboratori, Montale, Debenedetti, Solmi, Bacchelli, Ventura Tecchi. La collaborazione alla rivista per “Il gran lombardo”, costituì di fatto il suo esordio pubblico. Aveva già scritto però “Giornale di guerra e prigionia”, ma non lo aveva ancora pubblicato. S’iscrisse alla Facoltà di Filosofia, superando tutti gli esami, ma per imprecisati motivi non terminò la stesura della Tesi assegnata.

Il “plurilinguismo gaddiano”

La prima pubblicazione letteraria è del 1931 “La Madonna dei filosofi”, seguito poco dopo da “Il castello di Udine”. Per il quale nell’Aprile del 1935, gli venne assegnato il Premio Bagutta. L’atmosfera bellica riportata nei racconti, il libro premiato è una raccolta di racconti, ha delle peculiarità: “All’attivo del Gadda bisogna anche segnare la sua serena e franca felicità d’esprimersi, una evidente disposizione alla nota ironica e alla bonomia, un senso d’equilibrio e d’armonia schiettamente lombardo”. Così riportava il cronista della serata di premiazione. “. La evidente disposizione alla nota ironica”, andrà a coniugarsi e perfezionarsi con quella spumeggiante creazione di plurilinguismo che gli verrà riconosciuto dalla critica. Il “plurilinguismo gaddiano”, era frutto di refurtiva sapientemente orchestrata. Lo scrittore meneghino, estraeva preziosi reperti linguistici,da arcaismi appartenenti alla lingua maccaronica del “400,“500, la quale rivendicava la freschezza dei linguaggi regionali. Con articolata coerenza lo scrittore rivolgeva lo sguardo ai giacimenti linguistici dei dialetti. Le cui potenzialità espressive non erano ancora state colte in tutte le potenzialità espressive. Gadda, nei suoi lavori ricorrerà quindi all’uso del napoletano, del fiorentino, del romanesco, fino all’indimenticabile uso del dialetto molisano del Commissario Ingravallo di “Quer pasticciaccio brutto di Via Merulana”. II tutto “innaffiato” qua e là da termini tecnici acquisiti durante gli studi d’Ingegneria. Le coordinate quindi delle sue stratificazioni linguistiche, sono frutto di attenzione del tempo e dei luoghi.

Da Firenze a Roma

Nel 1936, perde la madre, figura centrale della sua vita. Comincia a scrivere “La cognizione del dolore”, opera che verrà pubblicata compiutamente solo nel 1963.Il rapporto morboso madre e figlio, perno centrale nella biografia dell’autore,risalta in equivocabilmente nel testo. Forse anche a seguito del luttuoso avvenimento, lo scrittore cambia la sua esistenza trasferendosi a vivere a Firenze, e cessando definitivamente la professione d’Ingegnere. Con un ulteriore cambio di marcia nel 1950 si trasferisce a Roma. Nella Capitale, dopo un percorso cominciato nella metà degli anni quaranta, riuscirà nel 1967 a pubblicare Eros e Priapo. Testo, aggressivo, smodato e nella sua prima stesura considerato talmente osceno da Enrico Falqui, direttore di Nuove Edizioni ItaIiane, dall’essere costretto a doverlo rifiutare. Il testo, era un’invettiva contro Mussolini (mai citato direttamente nel libro), e il Regime da lui creato. In esso, il “plurilinguismo” viene sapientemente usato, in special modo nei passaggi, ironici e grotteschi. I toni, sono sopra le righe, tanto che qualche critico essendo stato Gadda iscritto al P.N.F. non avendo partecipato alla Resistenza, legge in questa animosità la delusione di un innamoramento.

Le amarezze del dopoguerra

La società letteraria del dopoguerra, riserva delle amarezze all’Ingegnere come nel caso del Premio Strega del 1952 assegnato a Moravia. Gadda partecipò con “Il primo libro delle favole”. Come ebbe a lamentarsi con l’amico e critico Contini “…rumoroso codazzo degli strombazzatori di sinistra i quali hanno pubblicato che le mie Favole sono “sostenute dai preti”. Affermazione, che in quel periodo era nell’ambiente letterario tra le più squalificanti. In aggiunta c’è da mettere che “Il gran lombardo”, veniva politicamente considerato un conservatore. Elementi questi, che in alcuni ambienti, non deponevano sicuramente a suo favore. I quali, non riusciranno comunque a intaccare la considerazione che si era conquistato. Specialmente per la funambolica creazione del suo plurilinguismo. Una carica d’innovazione, nelle acque stagnanti del linguaggio dell’epoca, veramente ragguardevole. Come i più avveduti sanno, i cambiamenti significativi nella maggior parte dei casi crescono all’ombra di qualche conservatore di razza. Certamente “Il gran lombardo”, non può non essere annoverato tra questi.

 

 

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