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Caos afgano. Rapita la figlia dell’ambasciatore in Pakistan

Rapita la figlia dell’ambasciatore afgano in Pakistan. È soltanto l’ultimo episodio di una tensione tra Kabul e Islamabad che rischia di sfociare di una nuova guerra civile

La situazione in Afghanistan è sempre più critica. Basti pensare a tre fatti recenti. Il primo: il ministero degli Esteri del Pakistan ha annunciato il rinvio della conferenza di pace per l’Afghanistan, che avrebbe dovuto svolgere nei prossimi tre giorni, fino al 19 luglio. Il secondo: a Doha, in Qatar, è iniziata la nuova sessione di colloqui tra la delegazione governativa e i rappresentanti dei talebani. Il terzo: la figlia dell’ambasciatore afgano in Pakistan Najibullah Alikhil, Silsila Alikhil, è stata “rapita per diverse ore e gravemente torturata da sconosciuti mentre tornava a casa” a Islamabad, come spiegato dal ministero degli Esteri afgano, che ha condannato l’atto.

Dopo essere stata rilasciata la donna sta ricevendo cure mediche in un ospedale a Islamabad. Il ministero ha espresso preoccupazione per la sicurezza dei diplomatici, delle loro famiglie e dei membri del personale delle missioni politiche e consolari afgane in Pakistan. Il ministero degli Esteri chiede al governo del Pakistan di intraprendere le azioni immediate necessarie per garantire la piena sicurezza dell’ambasciata e dei consolati afgani, nonché l’immunità dei diplomatici del Paese e delle loro famiglie, in conformità con i trattati e le convenzioni internazionali, afferma la nota. “Mentre il ministero degli Affari Esteri afghano sta seguendo la questione con il ministero degli Affari esteri del Pakistan, esortiamo il governo pakistano a identificare e perseguire i colpevoli il prima possibile”, conclude la dichiarazione.

Come spiega l’Agenzia Nova, l’episodio giunge in un momento di tensione tra Kabul e Islamabad. La diplomazia di Islamabad ha negato le accuse mosse dal vicepresidente afgano, Amrullah Saleh, secondo cui l’aviazione pachistana avrebbe fornito nei giorni scorsi sostegno aereo ai insorti talebani che avevano occupato il valico di frontiera di Spin Boldak.

Intanto, il 90 per cento delle forze americane ha ormai lasciato l’Afghanistan. E sono 223 i distretti del Paese controllati dai Talebani su un totale di 407. Questo ultimo dato è del 13 luglio: c’è da aspettarsi che il conteggio sia cresciuto sul lato degli insorti, non su quello dei governativi, che non sembrano in grado di contenere l’avanzata del gruppo jihadista fondato dal Mullah Omar. Anzi, i militari afghani fuggono, cercano riparo anche oltre confine, mentre i Talebani ormai controllano i punti di valico con Iran, Pakistan, Turkmenistan e Tajikistan.

Questa dimensione regionale della crisi – seppure non troppo inaspettata, così come l’avanzata talebana d’altronde – è un elemento interessante perché fa da moltiplicatore al caos in corso. Nei giorni scorsi sono per esempio circolate notizie sulla minaccia arrivata dal Pakistan: Islamabad ha diffuso un avvertimento secondo cui potrebbe colpire le unità afghane se queste dovessero tentare di riprendere Spin Boldak, sul confine (conquistato il 14 luglio).

Nelle ultime ore ci sono state operazioni di successo Chakhansur, lungo il confine pakistano: le forze migliori dell’esercito afghano (come la Maiwand, addestrata finora dagli occidentali) hanno strappato importanti parti di territorio ai Talebani. Il piano degli insorti era chiaro: l’avanzata pensata per rafforzarsi quanto più possibile prima di un’eventuale nuova (e più seria) sessione di negoziato. Il controllo territoriale è un aspetto centrale, per questo ogni riconquista è importante, così come ogni avanzata.

“Di fronte al progredire dei talebani”, ha osservato l’analista Claudio Bertolotti sull’Ispi, “molte delle difese afghane cedono, certo non tutte, ma in numero sufficiente per mettere in crisi uno stato sempre più debole e prossimo al collasso. Per questa ragione a molte unità militari è stato dato l’ordine di convergere sulle capitali provinciali, per poterle meglio difendere”.

Secondo l’esperto, nel caso che regna ormai sovrano nel Paese, “è possibile prevedere una repentina frammentazione delle forze di sicurezza afghane con il passaggio dei suoi membri tra le fila delle milizie private, da una parte, e dei talebani, dall’altra, sulla base dell’appartenenza etnica”. Con il rischio di una nuova guerra civile che “potrebbe riportare l’Afghanistan a una situazione molto simile a quella del 1989-1996, ma molto più violenta”.

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