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Boris Johnson è salvo. Ma solo per ora

Il Partito conservatore rinnova la fiducia al leader e primo ministro britannico. I ribelli, però, sono tanti e si faranno sentire già nelle prossime settimane

Boris Johnson rimane in sella al Partito conservatore. Il Comitato 1922, cioè il gruppo parlamentare tory, gli ha rinnovato la fiducia. Il leader e primo ministro britannico ha incassato il sì di 211 deputati. In 148 hanno votato contro di lui. Il futuro, però, non sarà facile. Proverà a ricompattare il partito tagliando le tasse, come ha promesso nel pomeriggio sostenendo che “il meglio deve ancora venire”.

Come raccontato nelle scorse ore su Formiche.net, Sir Graham Brady, presidente del Comitato 1922, aveva comunicato a Johnson di aver raccolto un numero sufficiente di lettere per il voto di fiducia (almeno il 15% dei deputati) già nella giornata di domenica. Il voto si è tenuto all’indomani delle celebrazioni per il giubileo di platino della regina Elisabetta II.

In una nota con i 13 motivi per cacciarlo, i cosiddetti ribelli hanno etichettato il leader come il “Corbyn conservatore” per le politiche economiche annunciate negli ultimi mesi (riferimento a Jeremy Corbyn, l’ex leader del Partito laburista proveniente dall’ala radicale e antisistema). “L’unico modo per riportare le fortune dei conservatori a un punto tale da poter vincere le prossime elezioni generali, è rimuovere Boris Johnson come primo ministro”, si legge al fondo del documento.

Il PartyGate, con le feste a Downing Street in pieno lockdown, l’ha allontanato in particolare da molte fasce di elettorato, in particolare quelle conquistate nelle elezioni del 2019, quando l’onda blu tory aveva abbattuto il muro rosso labour. Ma nuove polemiche sono pronte ad abbattersi su di lui. Quasi certamente il prossimo 23 giugno, quando il Partito conservatore dovrebbe, stando ai sondaggi, perdere le elezioni suppletive di Wakefield. Il seggio è stato “liberato” da Imran Ahmad Khan, condannato a 18 mesi di carcere per aggressione sessuale ai danni di un quindicenne. Secondo un sondaggio realizzato da JL Partners per il quotidiano Times, il Partito conservatore è in svantaggio di 20 punti rispetto a quello laburista. Nel 2019, Wakefield era uno dei mattoni del cosiddetto “muro rosso” abbattuto dai tory per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale. Soltanto tre anni fa il “muro rosso” diventava “blu” ma oggi, racconta il Guardian, gli elettori traditi sono pronti a presentare il conto a Johnson.

A ciò si aggiungono alcune difficoltà nella giornata odierna: la lentezza a raggiungere il numero necessario di sostegni dichiarati (a un’ora dalla chiusura delle urne era fermo a meno di 150; Theresa May nel 2018 aveva chiuso la pratica all’ora di pranzo); le difficoltà, lamentate soprattutto dai sostenitori di Johnson, della campagna messa in piedi dalla squadra del leader per mobilitare i parlamentari; un sondaggio di ConHome, blog-casa del Partito conservatore, che per la prima volta vedeva i voti contrari al leader superare il 50%.

Non è tutto, però. Perché d’ora in poi le regole saranno contro di lui, che non è certo di guidare il Partito conservatore alle prossime elezioni. A scriverlo è James Forsyth, political editor del settimanale The Spectator, testata di riferimento della galassia conservatrice britannica. “La preoccupazione di Johnson è che non si vede come potrebbe ricompattare il partito” nonostante la vittoria, spiega. Certo, i ribelli avrebbero potuto pazientare e aspettare l’esito delle elezioni suppletive di Wakefield. Avrebbe avuto maggiori possibilità di sfiduciarlo. Ma ciò che li unisce è “la loro opposizione alla sua leadership”, nota Forsyth. Per questo, “non c’è alcuna soluzione politica che possa placarli”.

Così si arriva alle regole. Con l’esito dello scrutinio odierno favorevole al leader, il voto di sfiducia non potrà essere chiesto di nuovo da qui a un anno stando all’attuale disciplina del Partito conservatore. Ma, scrive Forsyth, i ribelli “continueranno a fare pressione per cambiare le regole permettendo un altro voto entro un anno”. Anche perché puntavano a superare (e ce l’hanno fatta) i 133 no al leader, la soglia che avrebbe significato una vittoria più stretta di quella di May nel 2018: l’allora primo ministro aveva ottenuto il 63% dei sostegni e soltanto sei mesi dopo si era dimessa.

D’ora in poi per Johnson sarà “una lotta quotidiana per la sopravvivenza”, conclude Forsyth.

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