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Apple si sostituisce alle istituzioni nella tutela dei minori. I rischi secondo Andrea Monti

Apple anticipa Italia e Unione europea e annuncia la prossima adozione di strumenti tecnologici che, per tutelare i minori, analizzeranno i contenuti veicolati tramite i propri prodotti. In ballo non c’è (solo) la privacy, ma soprattutto la sovranità politica nazionale, scrive Andrea Monti, professore incaricato di Digital Law all’Università di Chieti-Pescara

In nome della tutela dei minori la Ue sta discutendo se imporre ai fornitori di servizi di comunicazione elettronica la perquisizione automatica delle comunicazioni degli utenti. Nel frattempo, Apple anticipa l’esito del dibattito politico e annuncia un’iniziativa sostanzialmente analoga, supportata dal “machine learning”, che consentirà l’analisi dei contenuti memorizzati dagli utenti su iCloud e, tramite apposite funzionalità incorporate nei sistemi operativi, impedirà la circolazione di  CSAM —Child Sexual Abuse Material.

Giustificata con l’esigenza di “proteggere i minori” la scelta di Apple sembra più motivata da una necessità commerciale (anticipare le scelte normative, per condizionare l’esito finale ed evitare di subire obblighi incompatibili con le proprie strategie) che da un’effettiva preoccupazione per i diritti fondamentali. Potremmo, in altri termini, trovarci di fronte a una scelta analoga a quella adottata per poter continuare ad operare in Cina, che nei fatti si è tradotta, come commenta il New York Times, in decisioni che contraddicono l’immagine scrupolosamente curata dell’azienda di Cupertino.

Non c’è nulla di male, in sé, che un’azienda consideri i diritti fondamentali come una leva di marketing e non come un credo politico-religioso in nome del quale sacrificare gli interessi degli azionisti. Il punto è, tuttavia, essere consapevoli che determinati limiti non possono essere superati in nome del perseguimento di finalità privatistiche. Bisogna allora che questa differenza sia chiara soprattutto nella percezione dei policy maker e delle autorità regolamentari.

Benché, infatti, la prima e comprensibile reazione alla scelta di Apple sia quella di preoccuparsi dei potenziali rischi per la privacy  ma anche per la tutela del domicilio informatico e della segretezza della corrispondenza, in realtà la situazione è molto più seria e complessa perché prima ancora dei diritti individuali coinvolge i temi della sovranità tecnologica nazionale, del controllo sull’ordine pubblico tecnologico e, soprattutto, del rispetto del rule of law.

Da tempo è in atto una sostanziale delega al settore privato di attività che dovrebbero essere di esclusiva pertinenza statale come per esempio la conservazione dei dati di traffico telematico imposta ai fornitori di accesso internet, l’apposizione di blocchi che impediscono di raggiungere risorse di rete all’estero e in Italia (i cosiddetti “oscuramenti”), o l’autocertificazione delle caratteristiche di sicurezza degli apparati da utilizzare nell’infrastruttura nazionale di telecomunicazioni.

Auspicabilmente, l’Agenzia per la sicurezza cibernetica arginerà, almeno sotto il profilo strettamente tecnologico, questa tendenza. Politicamente, tuttavia, la strada è tracciata già a livello comunitario e di conseguenza in ambito nazionale. Per quanto il coinvolgimento strutturale del settore privato in settori critici per la sicurezza del Paese sia una scelta molto discutibile, almeno è ancora oggetto di un dibattito pubblico e, di conseguenza, di valutazioni politiche.

Quando, invece, una scelta drastica come quella adottata unilateralmente da Apple viene decisa in base a logiche puramente industriali e al di fuori di qualsiasi controllo pubblico ci troviamo di fronte a un soggetto privato che, forte del proprio potere commerciale, impone di fatto una scelta politica che sarebbe di stretta competenza parlamentare. Inoltre, volendo fare considerazioni strettamente giuridiche, sotto il profilo della pubblica sicurezza, azioni unilaterali come quelle di Apple costituiscono atti di prevenzione criminale che, almeno in Italia, sono consentiti solo ed esclusivamente alle forze dell’ordine e sotto il controllo della magistratura inquirente e giudicante.

Se, dunque, un soggetto privato detentore di un estesa capacità di condizionamento dei comportamenti individuali dei propri clienti si sostituisce alle determinazioni di politica pubblica assunte da un esecutivo su mandato parlamentare, siamo di fronte a una questione di metodo che trascende il merito specifico.

Ovviamente, la dialettica fra governo e parti sociali (imprese incluse, evidentemente) è una parte costitutiva dibattito democratico. Non si può dire lo stesso, tuttavia, quando decisioni che incidono sulla sovranità statale, sulla separazione dei poteri e sulla tutela dei diritti vengono assunte al di fuori dei confini (non solo geografici) di un Paese.

La guerra fredda, in Italia, è finita da un po’.

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