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«Analisi del Dna ambigue e ricostruzioni sbagliate. Che caos il caso Busetto»

Monica Busetto è stata condannata a 25 anni di carcere per un omicidio che forse non ha commesso. Analisi del Dna contraddittorie, ricostruzioni sbagliate, reperti che passano da un laboratorio all’altro senza precauzioni, un’altra colpevole rea confessa e l’incapacità del sistema giudiziario di correggere se stesso. Questo è quello che emerge dal libro, scritto dal giornalista Massimiliano Cortivo e dal docente di statistica per l’investigazione criminologica Lorenzo Brusattin, “Lo Stato italiano contro Monica Busetto” (pagine 682, Editore Cronos, acquistabile su Amazon). Attraverso una attenta e scrupolosa lettura dei verbali, gli autori ripercorrono questa paradossale vicenda giudiziaria.

Perché scrivere un libro sulla vicenda di Monica Busetto?

M.C. «La pubblicazione del libro ci è costata molto lavoro, ma siamo sempre stati motivati dalla sensazione di dover dare notorietà al caso di Monica Busetto per una sorta di dovere civile, per darle una mano. Una storia, la sua, per certi aspetti “minore” secondo i criteri della cronaca giudiziaria mediatica, ma allo stesso tempo sbalorditiva, che altrimenti sarebbe rimasta nelle pagine locali di cronaca giudiziaria e nei servizi dei tigì cittadini. Una piccola, grande ed emblematica storia che potrebbe essere la storia di ognuno di noi, purtroppo».Un aspetto incredibile riguarda la presunta traccia di Dna della vittima trovata su una catenina spezzata a casa Busetto.

L.B. «L’interpretazione delle risultanze di un’analisi di genetica forense, a fini probatori, non è semplice come può sembrare. Tutti siamo abituati a sentir parlare di numeri prossimi a zero quando si fa riferimento alla possibilità che l’attribuzione di un dna non sia corretta. Ma nel caso in questione ci si trova di fronte a (1) delle analisi ripetute, (2) da laboratori diversi, (3) con esiti contrastanti, (4) a partire da una quantità di materiale biologico così bassa da stabilire un record, (5) trovata su un reperto non proveniente dalla scena del delitto e (6) di origine mai chiarita. Vieppiù, la gestione fatta durante le indagini dei reperti, provenienti da luoghi diversi e le modalità di trasferimento da un laboratorio all’altro, non permettono di escludere una contaminazione. Tutt’altro. Sottolineiamo che la domanda cui si deve rispondere in questi casi non è soltanto “a chi appartiene questo DNA?”, ma anche “come c’è finito qui?”. Le domande sono due e il calcolo probabilistico da effettuarsi è ben più sofisticato. Deve necessariamente includere entrambe. Così non è stato».Un altro elemento sconcertante è che c’è un’altra donna che confessa il delitto per cui è stata condannata la Busetto.M.C. «Susanna, “Milly” Lazzarini decide di cambiare “improvvisamente” la sua versione mesi dopo aver confessato ad un familiare di aver fatto tutto da sola (conversazione, tra l’altro, intercettata dagli inquirenti) e dopo ben tre lunghi interrogatori avvenuti a distanza di molte settimane l’uno dall’altro. Davanti ai magistrati sino a quel momento aveva sempre sostenuto di aver compiuto il delitto da sola. Solo nel quarto e poi quinto interrogatorio spunta la figura di Monica Busetto nella versione della Lazzarini. Una Busetto vestita da sala operatoria, con camice, cuffia e tutto il resto. Giova ricordare ciò che scrive il giudice nelle motivazioni con cui condanna Susanna Lazzarini a 30 anni di carcere (con rito abbreviato) nel giudizio parallelo per l’omicidio di Lida taffi Pamio: “…le dichiarazioni rese, in proposito, dalla odierna imputata, appaiono prive di ogni affidabilità, oltre che intrinsecamente inverosimili l’improvvisa comparsa della Busetto sulla scena del crimine lungi dallo scaturire improvvisamente, nel corso di una spontanea rievocazione degli eventi proposta dall’imputata, risulta, piuttosto, essere stata oggetto di una ipotesi di spiegazione avanzata, nel formulare una domanda obiettivamente connotata da forte carica suggestiva, dallo stesso pubblico ministero in occasione del primo interrogatorio e, quindi, dall’inquirente riproposta nel corso dell’ultima escussione della Lazzarini”. Oggettivamente, quindi, un racconto inverosimile “aggiustato” più volte in successivi incontri con gli inquirenti. Sul perché abbia deciso di cambiare versione possiamo soltanto avanzare delle ipotesi. Nessuna ci fa ben pensare».Leggendo i verbali si vede tutto lo sforzo degli inquirenti per far combaciare l’ipotesi iniziale – il coinvolgimento di Monica Busetto – con tutte le risultanze successive, emerse dalle testimonianze più volte modificate di Lazzarini.M.C. «Quando abbiamo deciso di scrivere questo libro avevamo due strade per raccontare la complessa vicenda giudiziaria di Monica Busetto. Stare dalla parte del lettore, prendendolo per mano nella comprensione attraverso una scrittura sintetica, chiara e perciò per forza di cose mediata, oppure affidarci quasi meccanicamente allo svolgimento preciso dei fatti nella sua modalità integrale, forse a discapito della vivacità del racconto. Abbiamo scelto di riprodurre quasi per intero i verbali degli interrogatori perché riteniamo che solo così il lettore possa realmente toccare con mano l’intero percorso giudiziario. La cui conduzione esce in maniera vigorosa pagina dopo pagina, interrogatorio dopo interrogatorio».Scrivete che il sistema giudiziario è incapace di correggere se stesso. Lo Stato sborsa milioni all’anno per ingiuste detenzioni e errori giudiziari. L.B. «Ingiuste detenzioni ed errori giudiziari viaggiano su binari diversi. È probabilmente più difficile evitare le prime che i secondi. Il caso di Monica Busetto è sui generis. Elementi nuovi e travolgenti sono emersi quando il giudizio di primo grado si era già concluso. Alla prova genetica è stato dato un peso straordinario che, a nostro giudizio, non avrebbe mai dovuto avere. Pur dinanzi a nuove evidenze, si è insistito, coralmente, con tutta la procura e gli inquirenti in conferenza stampa, sulla cosiddetta “prova regina”. Era un po’ come dire: “Non possiamo esserci sbagliati. Impossibile!” Un po’ più di umiltà e qualche approfondimento aggiuntivo sulla logica interpretativa utilizzata nel valutare la prova genetica e la sua acquisizione avrebbero potuto evitare quello che noi riteniamo essere un errore macroscopico».Questa storia è sconosciuta purtroppo all’opinione pubblica.M.C. «Purtroppo per ora la vicenda giudiziaria di Monica Busetto è rimasta confinata nelle pagine locali di cronaca e ad una trasmissione televisiva nazionale di seconda serata, per altro realizzata in collaborazione con le forze dell’ordine e, a nostro parere, molto parziale, quando non fuorviante, nella presentazione dei fatti. La complessità della storia certamente confligge con il linguaggio e le necessità di semplificazione e spettacolarizzazione della tv. La prima vittima era una persona anziana e la cosa non destava molto interesse mediatico. I giornali locali non hanno mai evidenziato le numerose anomalie che hanno portato alla condanna di Monica Busetto. Quando c’è stata una seconda vittima e Susanna Lazzarini è comparsa sulla scena come una potenziale assassina seriale, la stampa locale ha dato per buone le mosse della procura ed ha mantenuto un’equidistanza piuttosto distratta sulla vicenda, ritenendo il coinvolgimento di Monica Busetto come verosimile. Dopo questo libro le cose sono un po’ cambiate, ma per Monica era già tardi. Recentemente, la sua vicenda è tornata ad attirare l’attenzione di molti giornalisti che in un primo momento non avevano prestato molta attenzione al caso, nonché di opinionisti specializzati nelle reti sociali. Noi continuiamo a parlare della sua vicenda. La difficoltà principale rimane quella di spiegarla con chiarezza».

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