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Alessandra Fabbri, docente disabile, narra se stessa in un libro con la consapevolezza del proprio stato

Ci vuole coraggio e intelligenza a saper descrivere con obiettività uno stato di diversità e Alessandra Fabbri, professoressa di Filosofia e Scienze Umane, ne dimostra, al di là di ogni ragionevole pensiero, tanto da diventare professoressa di vita. ‘È l’imperfezione che ci rende vivi’, ovvero ‘Manuale di sopravvivenza per disabili’, di Castel Negrino Editore, il libro dove narra di se stessa, della sua condizione di disabilità. Ma sbaglia chi pensa sia la solita opera dove ci si lamenta della scarsa attenzione degli altri o dove si rivendicano diritti negati.

La docente parla certamente di troppe barriere architettoniche ma insegna soprattutto che ciascuno deve avere contezza della propria situazione, dei propri limiti, accettarli, conviverci per poter avere la normalità cui ha diritto.

La genesi del libro scaturisce quasi per caso, quando Alessandra, durante uno dei tanti colloqui amichevoli con Luisella Battaglia, presidente dell’Istituto Italiano di Bioetica (che ha sede a Genova), venne invitata da quest’ultima e dalla sua rara sensibilità a temi etici, a mettere nero su bianco le proprie esperienze, i pensieri schietti e maturati da esperienza personale.

“Accolsi la proposta – spiega la Fabbri – per poter spiegare con chiarezza e veridicità le difficoltà legate alla gestione della vita quotidiana, le barriere architettoniche ancora presenti anche negli spazi degli edifici scolastici dove lavoro, nei trasporti. Perché pensai potessero essere utili a tutte le persone disabili”.

Due i volti del libro: “Uno in chiave ironica sulla mia esperienza di vita – indica la scrittrice – perché si tende a presentare la disabilità in maniera drammatica. Io ho voluto portare la mia esperienza ed il testo è diventato libro di esame, con studi sull’etica e della cura della quale mi occupo. La seconda parte più teorica per inquadrare il tema”.

“È vero – dice la donna – che sono tante le barriere architettoniche e c’è poca inclusione, tutto causato da una società che non è ancora culturalmente preparata ad accogliere la disabilità, ma è pure vero come spesso i disabili siano persone iperprotette, che non hanno occasione di fare esperienze”.

Ed ammonisce: “C’è molto da fare a livello sociale, le persone con disabilità sono poco preparate a mettersi i gioco, a confrontarsi con altri. Io sono inclusa. La possibile esclusione viene da istituzioni e rapporti che la persona disabile riesce a instaurare con gli altri colleghi, un gioco di relazioni. Riconoscendo i propri limiti. La menomazione pone limiti in sé. Per rendere possibile l’inclusione bisogna lavorare su più fronti e uno di questi è l’educazione dei ragazzi con disabilità, che vuol dire insegnare loro il limite. Non c’è colpa di chi è normodotato, ma la situazione è complessa e va affrontata nel migliore dei modi. Anche perché siamo tutti soggetti alla vulnerabilità”.

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