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Airbnb lascia la Cina, la strategia zero-Covid di Pechino ha azzerato i ricavi dei californiani

Airbnb lascia il mercato cinese e dal prossimo 30 luglio non sarà più possibile prenotare un soggiorno in case e appartamenti della Cina continentale. L’annuncio è arrivato tramite una lettera pubblicata sull’account WeChat dell’azienda da Nathan Blecharczyk, uno dei tre co-fondatori della società insieme a Brian Chesky e Joe Gebbia e trasferitosi a Pechino proprio per guidare l’attività societaria nel paese.

Pur senza spiegare in maniera dettagliata i motivi che hanno portato alla decisione, il passato recente racconta bene una mossa apparsa obbligata, partendo dal presupposto che sin dall’avvio delle attività (2016), Airbnb non ha mai chiuso un bilancio col segno positivo sul mercato cinese. Una fonte interna che ha voluto mantenere l’anonimato ha rivelato alla CNBC che a determinare la scelta sia stata la strategia zero-Covid delle autorità locali e le conseguenti restrizioni per gli spostamenti nel paese.

Troppo complicato muoversi e pianificare investimenti sul medio-lungo periodo quando il paese da quasi tre anni è alle prese con lockdown, città completamente isolate e persone sorvegliate che non possono lasciare le proprie case. La tolleranza zero ripetuta a fronte di ogni nuova variante di coronavirus e per spegnere tutti i focolai che tuttora emergono nel paese ha innescato le proteste dei cinesi (qui avevamo parlato dell’originale rivolta dei cittadini di Shanghai) e l’inevitabile crisi per chi opera nel turismo. Perché viaggiare è sconsigliato e pure arrivare in Cina dall’estero è penalizzante, in virtù dei prolungati e obbligati periodi di isolamento per chi mette piede nel paese.

Nathan Blecharczyk è uno dei tre fondatori di Airbnb e responsabile del mercato cinese

Ad aggravare uno scenario già nefasto ci sono le mancate indicazioni su come il governo cinese intende superare le restrizioni o comunque guardare a come riprendere le attività quotidiane nonostante la diffusione del virus. Tanti soldi da sborsare e pochi affari a giustificare tali spese, quindi, per una strategia che Airbnb non poteva più procrastinare. Del resto i numeri parlano chiaro: sin dal via delle operazioni, la Cina ha rappresentato per la società californiana appena l’1% dei ricavi annuali su scala globale, con un totale di 25 milioni di alloggi riservati tramite l’app societaria, nonostante il cambio di nome in Aibiying.

Un trend deludente che, a differenza dei mercati europei e del resto del mondo in cui si è tornato a viaggiare e coesistere col virus (tanto che la società a stelle e strisce ha superato 102 milioni di prenotazioni nei soli primi tre mesi del 2022), continua a ridursi per la forte concorrenza interna. Da Tujia a Xiaozhu (che Airbnb ha provato ad acquisire in passato per trovare maggiore visibilità tra il pubblico cinese), ma anche Meituan e l’aggregatore di viaggi Ctrip, per gli americani è stato impossibile ottenere la popolarità sperata.

Anche perché la differenza tra i circa 150.000 annunci per alloggi ed esperienze (tra tour, corsi e degustazioni) di Airbnb e gli 1,2 milioni di Tujia nasce dai minori costi richiesti agli host dalle aziende locali rispetto alle spese previste dagli americani. Senza dimenticare che l’anno scorso le autorità cinesi hanno costretto gli host di Airbnb a presentare una corposa documentazione per mettere in regola i propri affitti, spingendoli di fatto ad abbandonare la piattaforma e rivolgersi ai concorrenti.

Una host cinese nella sua casa promossa su Airbnb

L’addio di Airbnb non sembra preoccupare i cinesi, più avvezzi all’utilizzo di alternative locali. “In un primo momento i cinesi si sono affidati ad Airbnb per soggiornare all’estero, una volta appurato che i costi erano superiori alle piattaforme cinesi, però, non l’ho più utilizzato”, ha scritto un utente di Weibo, la cui opinione è in linea con la maggior parte di chi ha commentato la notizia e fa spallucce parlando soltanto di “una opzione in meno per prenotare un alloggio“.

Detto che la compagnia americana manterrà un ufficio a Pechino con alcune centinaia di dipendenti che si dedicheranno a proporre soluzioni vantaggiose per i cinesi che devono soggiornare nel resto del mondo, Airbnb si unisce al lungo elenco di aziende occidentali che hanno deciso di abbandonare il paese guidato da Xi Jinping.

Tra censure, limiti normativi troppo stringenti per un business redditizio e l’impossibilità di restare sul mercato senza rimetterci troppi soldi, la lista include Google e Facebook, Uber, LinkedIn e Yahoo!. Un ulteriore testimonianza, quindi, che per le società straniere, in particolare occidentali, avere successo in Cina resta spesso un’utopia, specie se non si vuole cedere alle imposizioni avanzate da Pechino.

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